A Cagliari il sindaco dei curdi: Filippo Petrucci lo ha intervistato

A sentirlo parlare scuote, non per la sua irruenza ma proprio per la sua calma. Malgrado rischi circa sessant’anni di carcere in Turchia, Abdullah Demirbaş, “il sindaco dei curdi” rimane sereno quando parla del suo passato e delle sue esperienze. La scorsa settimana era in Sardegna, invitato dall’Associazione sarda contro l’emarginazione e, ospitato per una giornata anche dalla Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, mai ha usato parole di violenza.

Lei ha insegnato per 17 anni sociologia all’Università, quando è arrivata la molla che l’ha spinta a dire basta, ora voglio farlo in curdo?
Sin da piccolo, per i problemi che avevo vissuto, desideravo insegnare in lingua curda. Prima di andare a scuola parlavo in curdo e quando avevo 7 anni e ho cominciato, non conoscendo il turco sono stato picchiato, maltrattato e malvisto dal maestro. A livello pratico e organizzativo ho cominciato quando ho fatto il sindacalista con Egitm-Sen, di cui sono anche stato fra i fondatori. Facevo il sindacalista per migliorare l’insegnamento e perché volevo usare la lingua curda: per questo mi hanno allontanato per due volte spedendomi lontano, poi mi hanno tolto del tutto l’incarico e poi quando mi hanno eletto sindaco di Sur nel distretto di Diyarbakir, lo Stato è intervenuto per destituirmi.

Nei suoi interventi lei parla di empatia, di bisogno che gli altri capiscano; crede che uno dei problemi dei curdi sia che la gente non riesce a capire cosa voglia dire vivere oggi nel Kurdistan?
Si, perché non basta sapere una cosa, bisogna vivere certe momenti per capire meglio chi abbiamo di fronte. Io voglio far sentire i problemi di tutti i popoli che vivono in quelle terre e dei popoli oppressi in generale; la fratellanza si può avere solo quando tu senti sulla tua guancia lo schiaffo che è stato dato al tuo amico. Per questo motivo penso che per capire l’altro devo mettermi al posto suo e questo aiuta a diminuire i dolori. E prima di tutto ovviamente devono essere i popoli che vivono in Turchia a capire questo e fare empatia, perché è da 30 anni che non c’è pace in Turchia, ogni giorno muoiono persone, i militari, i guerriglieri e i contadini: i colori degli occhi delle persone sono diversi ma il colore delle lacrime è uguale per tutti. Per questo motivo non vogliamo che cadano le lacrime di nessuno.

Qual è oggi la richiesta da parte curda: autonomia o indipendenza?
Noi vorremmo una Turchia dove tutti possono parlare la propria lingua, dove ci sia diritto di parola, e la possibilità di vivere nella propria cultura e religione in una tolleranza e fratellanza fra i popoli. Vorremmo una repubblica turca democratica con al suo interno un’autonomia democratica. Noi vogliamo che i turchi, i curdi, i circassi, gli arabi, gli armeni, abbiano il diritto di studiare nella propria lingua.

Riesce ancora a essere ottimista?
Sono ottimista perché credo che nonostante tutte le negatività che vivono i popoli del vicino oriente, la loro lotta possa permettergli di ottenere dei propri diritti. Forse noi vivremo ancora la fame, il dolore, le lacrime, forse queste cose la guerra ce le farà vivere ancora, ma credo che alla fine vincerà la pace.

Dopo aver stampato delle brochures che illustravano i servizi per la popolazione in sei lingue (turco, curdo, inglese, armeno, assiro-aramaico ed arabo), lei ha perso il posto come sindaco, sta subendo processi e diverse volte le hanno anche sparato. Non ha paura?
No, non ho paura di vivere in Turchia: contro di me ci sono 30 processi e chiedono per me circa 60 anni di carcere, e altre pene aggiuntive. Nonostante questo continuo ad affrontare tutto. Se non si lotta, se non si paga un prezzo, non cresceranno mai la democrazia, la pace, la fratellanza.
Niente sarà più bello della libertà personale. Il mondo è come un giardino fiorito, dove ci sono fiori con colori e profumi diversi l’uno dall’altro; così sono gli esseri umani, ogni essere umano ha una bellezza diversa. Se togli un bel fiore da un giardino cambia ciò che vedi: se cancelli un gruppo di essere umani, anche il mondo cambierà. Ecco, per vivere in un giardino di fiori, noi lotteremo.

FILIPPO PETRUCCI