Ancora una volta l’alienazione del pianeta call center si mette a disposizione dell’arte. E non solo cinematografica (vedi Paolo Virzì). Ma di quella ben più sperimentale che può scaturire dal teatro. È il caso di “Call center inbound /outbound” (5 e 6 settembre al Lazzaretto di Sant’Elia, ore 21) di Angelo Trofa e Elio Turno Arthemalle, regia di Monica Zuncheddu. Il promo di lancio nella locandina dice, “…ma noi, esattamente…noi che lavoro facciamo?”. Cioè, qual è il senso immediato delle mansioni lavorative dei protagonisti? Non c’è un senso, gli operatori lo perdono perché si muovono in un sistema economico incentrato non sulla merce ma sulle transazioni. Ciò che accadeva nella old economy (qualche decennio fa con il lavoro in fabbrica e prima ancora, con il lavoro nei campi), si ripropone oggi nella new economy, nel mondo dei call center. Il fatto poi che questi moderni schiavi elettronici siano diventati nell’immaginario collettivo (e nella realtà) il simbolo del precariato, di per sé riempie di denuncia sociale la piéce di Trofa e Arthemalle. Senza però mai perdere di vista la domanda vera che si pongono gli autori: son lavoratori quelli che non sanno come funziona la catena produttiva della quale sono il tramite per la vendita del prodotto? (r.m.) |
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