Comitato salute mentale Sardegna: una nota di Gisella Trincas sulle ispezioni del Parlamento a Psichiatria di Cagliari

Leggiamo sulla stampa locale, con i soliti titoli ad effetto “Caos psichiatria, blitz in reparto presto l’inchiesta del Parlamento”, della visita fatta dall’Onorevole Carlo Ciccioli (vice presidente della Commissione Affari Sociali della Camera), dall’Onorevole Giorgio Oppi (componente della stessa Commissione ed ex Assessore Regionale alla Sanità della Regione Sardegna) e da altri Onorevoli rappresentanti del Consiglio Regionale e del Parlamento Italiano, al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Cagliari .
Le visite ai servizi, i blitz (meglio se dei NAS), le ispezioni sono cosa buona e giusta se servono per scoprire e denunciare situazioni di “malasanità” e abusi (come promosse da più parti), ma pare (da quanto scrivono i nostri attenti giornalisti) che la visita volesse “far luce su quello che sta succedendo in Sardegna” e in particolare sull’Amministrazione Regionale accusata di non “cogliere la differenza tra psichiatria ideale e psichiatria reale”; accusata di essere prigioniera della “scuola di Trieste” che utilizza il metodo dei “pochi farmaci e molta accoglienza”; accusata di essere “prigioniera dell’ideologia del 68 e di essere troppo tollerante”. Accusata di una serie di altre stupidaggini.
Da di cosa parlate?
Ma sapete voi che situazione avevamo in Sardegna prima che l’Assessore Dirindin mettesse mano alla sanità sarda e alla salute mentale? Noi si!. Noi familiari sì! E non aver garantito le risorse necessarie alla salute mentale, almeno a partire dal 1978 (data di approvazione della legge di riforma) ha prodotto alle nostre vite e alla vita di migliaia di persone danni incalcolabili e inimmaginabili (a chi non sa di cosa parliamo).

Perché l’abbandono delle persone e delle famiglie, le terapie sbagliate e dannose, le pratiche coercitive, l’assenza di risposte adeguate e tempestive, di strutture alternative in cui intraprendere dei percorsi di cura e di ripresa, è colpa grave di chi in tutto questo periodo ha amministrato la nostra regione e non ha fatto ciò che doveva. E la Legge 180 non c’entra assolutamente nulla, perché doveva assolvere solo ad un compito: chiudere la vergogna dei Manicomi e restituire dignità e libertà alle persone sottratte alla vita civile, alla vita (se visitate le sedi delle nostre associazioni potete prendere visione di ampio materiale documentale). Ma dobbiamo sentire ancora oggi rappresentanti del Popolo dichiarare che “la tolleranza genera fughe e incidenti” e che non bisogna avere “pregiudizi sulla contenzione e sugli psicofarmaci”?

Noi non ce li abbiamo i pregiudizi sugli psicofarmaci (sugli abusi che trasformano le persone in zombi, si!), ma respingiamo con la forza della ragione e dell’indignazione la contenzione. Legare un essere umano è immorale, dannoso alla salute, ed è atto che viola i diritti umani. Ogni persona che subisce “la contenzione” deve sapere che nessuna legge italiana la prevede, che è un abuso che si può perseguire penalmente.

Quel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Cagliari che sta tanto a cuore ad alcuni Consiglieri del centro-destra, ha trenta posti letto (e non 15) da quando, oltre 30 anni fa, è stato inaugurato e le uniche voci che si sono levate alte a protestare, negli anni, sono state le nostre voci e quelle degli operatori che credono che si può curare senza negare né legare. Noi continuiamo a pensare che quel Servizio va sdoppiato con urgenza ma pensiamo anche che la priorità è del territorio, per garantire la presa in cura 24 ore su 24. Fummo noi, con una petizione popolare accompagnata da oltre 12 mila firme, a porre la “questione psichiatria” all’attenzione del Consiglio Regionale della Sardegna e sempre noi a chiedere inutilmente a tutti gli Assessori che si sono succeduti nell’ultimo ventennio dei Piani di intervento che, nel rispetto della normativa Nazionale, modificassero lo stato di povertà materiale e culturale in cui versava il settore della “salute mentale”.

Non dimentichiamo che in Sardegna i manicomi si sono chiusi nel ‘98 con una bella deportazione, in altri piccoli manicomi (costati un pacco di soldi pubblici), di operatori e pazienti (che solo oggi intraprendono nuovi percorsi), e i servizi territoriali erano appunto “ambulatori” male organizzati e non centri di salute mentale aperti 24 ore come da trenta anni (!) noi attendiamo.
Ad indignarci oggi per la vergognosa strumentalizzazione (che passa attraverso la stampa) siamo in tanti e siamo gli stessi che non hanno mai smesso di credere e lottare per un sistema sociale che includa tutti, che protegga i più deboli, che metta al bando qualunque intervento lesivo della dignità e della libertà delle persone. Solo una società giusta e solidale può affrontare adeguatamente le nuove sfide sociali. Se il mondo diventa migliore le persone soffrono di meno.
Ecco in Sardegna questo si sta tentando e la sfida è tra chi vuole il cambiamento e chi no.

Cambiare significa cambiare le pratiche, umanizzare i luoghi, guardare le persone in faccia e accoglierle, interpretarne i bisogni veri, dare risposte immediate, restituire speranza, pensare nuove strategie, tentare strade prima mai intraprese, lavorare in èquipe, lavorare in rete, individuare risorse materiali e immateriali, riconoscere i saperi e le competenze degli utenti e dei loro familiari. Insomma: lavorare, lavorare, lavorare. Ponendo al centro della propria azione e del proprio interesse la persona umana.

Cagliari 28.10.2008
La Presidente
Gisella Trincas