Qualche mese fa, prima della pausa estiva, Dario Franceschini si dichiarò più che disponibile a portare D’Alema alla presidenza del Pd, in cambio del rinvio del congresso al 2010 (dopo le elezioni regionali) e della sua riconferma alla segreteria. L’idea era venuta a Marini, e fu Bersani a mandare il progetto in fumo. Mi chiedo se il D’Alema che Franceschini voleva al suo fianco come presidente del partito è quello stesso che “indossa una casacca del Novecento”, che “dovrebbe badare alle sue frequentazioni”, che “dà interviste contro i compagni”, e insomma che incarna il vecchio e lo stantìo della peggior politica politicante. Per contrastare D’Alema – cioè l’uomo che voleva alla presidenza del partito – e “per non tornare a quelli che c’erano prima, molto prima di me”, Franceschini non ha esitato a rompere la solenne promessa pronunciata al momento dell’elezione: “Non l’ho chiesta – diceva il 21 febbraio –, non ho fatto patti, non avrò padrini né protettori, non sono qui per costruire il mio futuro personale, il mio lavoro finisce in ottobre e non farò alcuna trattativa con nessuno”. E invece eccolo qua, pronto a tutto per conservare una poltrona che gli era stata assegnata pro tempore dagli “oligarchi” che tanto disprezza (e di cui peraltro si è circondato in questa campagna congressuale), e che gli è già stata tolta dai 255.189 iscritti al suo partito (pari al 55,13%) che hanno votato Bersani. Non basta una faccia da scout per essere buoni, o “nuovi”. Franceschini, che conosce bene le astuzie della politica, i suoi retroscena e i suoi retrobottega, vorrebbe trasformare le primarie del 25 ottobre in un referendum su D’Alema, e spera che i seguaci di Beppe Grillo, di Marco Travaglio e di Antonio Di Pietro accorrano in massa ai gazebo per dargli i voti che gli iscritti e gli elettori del Partito democratico non gli daranno mai. Nel disprezzo per D’Alema, tuttavia, non c’è soltanto la delusione per il patto di potere che non si è realizzato, e neppure soltanto la spregiudicatezza tattica di un classico uomo di tutte le stagioni, che arriva da Zaccagnini e vorrebbe oltrepassare Berlusconi. C’è anche, e forse soprattutto, un fastidioso disprezzo per la sinistra del nostro Paese, per la tradizione comunista italiana, per il riformismo socialista, e insomma per l’intera tradizione del movimento operaio italiano. Nessuno vuole “rifare il Pci”: ma nessuno che venga da quella storia può tollerare che quella storia sia irrisa, cancellata, nascosta. Massimo D’Alema, l’uomo che Berlinguer aveva indicato come proprio successore, incarna e rappresenta più di ogni altro dirigente la storia e la tradizione della sinistra italiana. Farne l’oggetto quotidiano di insulti e maldicenze significa insultare la sinistra italiana. È difficile che in questo modo Franceschini riesca a fare molta strada. 20 Ottobre |
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