D'Alema: "Basta, torno in campo" (da La Stampa)

L’ex premier: sono oggetto di aspre
polemiche, ora serve un chiarimento

 

Non è una dichiarazione di guerra, ma certamente un’ulteriore puntata del «sequel» Massimo-Walter: D’Alema, sbarcato solo il giorno prima da due settimane in Sudamerica, dal Messico a Panama «in missione internazionale» come la definisce, è approdato negli studi del Tg1. E da lì, nella giornata in cui le parole di Veltroni sul pacchetto anticrisi del governo sembrano in perfetta sintonia con quanto lo stesso ex presidente dei Ds aveva dichiarato dagli studi della sua Red-tv il 14 novembre, lancia un messaggio politicamente inequivocabile. «Mi impegnerò di più nel partito, adesso serve un chiarimento». Già a settembre D’Alema aveva fatto sapere a Veltroni, via intervista, che «personalità come me, come Marini, sono a disposizione, possono fare di più nel partito». Già altre volte D’Alema aveva chiesto «un luogo nel quale confrontarci». Stavolta, ha anche buttato lì come tra parentesi, un bel «sono stato oggetto di una polemica personale aspra, condotta in mia assenza». Spenta la telecamera, sono poi i suoi a spiegare che il riferimento a persone e a fatti reali è perfettamente legittimo.

Da Panama, nei giorni in cui il dalemiano Latorre veniva messo sulla graticola (non certo solo dai veltroniani) per aver passato in diretta televisiva un «pizzino» in cui si suggeriva all’avversario politico Italo Bocchino argomenti con cui contrastare l’alleato dipietrista Donadi, era trapelato solo un «sono sbigottito» via sms. In realtà, il leader maxìmo, era non poco irritato. «Prima si mette in giro che dalla Puglia non arrivano i pulmann per la manifestazione del 25 ottobre, poi Latorre sulla graticola e i sospetti lasciati pendere sull’elezione di Villari alla commissione di Vigilanza... Ma non è che ogni volta che ci sono difficoltà nel Pd è colpa di D’Alema e dei dalemiani?», è il senso del suo ragionare. A caldo, replica per i veltroniani Stefano Ceccanti, uno dei più duri contro Latorre: «La sua è stata una sciocchezza, e l’ha anche ammesso. cosa si vuol fare adesso, riaprire quella polemica? Per me è chiusa, e forse sarebbe meglio per tutti metterci una pietra sopra».

Ma appunto appena rientrato a Roma, D’Alema ha lanciato la sua controffensiva. Con stile soft, almeno apparentemente. «Ci vuole un chiarimento», ha detto ieri sera. Che è poi quel che va chiedendo da una settimana anche Fassino, sentendosi com’è noto rispondere, da Veltroni e da Bettini, che la data c’è, ed è quella del 19 dicembre, «anche perché, prima, ci sono le elezioni in Abruzzo», fissate com’è noto nella data del 14 e 15. Da parte dei veltroniani, è un po’ come volersi contare prima. Soprattutto, a quel punto sarà stata girata la boa del 12 dicembre, lo sciopero della Cgil al quale Veltroni si prepara a dare sostegno politico, tanto che ieri ha cominciato a spianare il terreno. «Le misure economiche del governo sono insufficienti», ha detto. Soprattutto, «un governo che vuole il dialogo non chiede all’opposizione ratifiche sui suoi provvedimenti, apre il confronto prima». Una posizione perfettamente collimante con quella espressa ieri sera da D’Alema al Tg1 (e pare che non si siano sentiti prima). Anche se la posizione sullo sciopero qualche disagio lo crea.

Da giorni Enrico Letta, che ieri in Piemonte ha rilanciato il «partito del Nord» caro a Chiamparino nella formulazione «abbiamo bisogno di un Pd meno romanocentrico», scuote la testa, e l’ha fatto anche con Epifani, «è sbagliato, oltretutto così si rompe l’unità sindacale». E Paolo De Castro, che dell’associazione Red è presidente, dice che «qualcosa di buono, per esempio sull’Iva, il governo l’ha proposto: se il Pd appoggerà lo sciopero, bene, ma bisogna anche pensare a un profilo maggiormente riformista del partito...». Il guaio, aggiunge, «è che non c’è una sede nella quale discutere francamente, apertamente». e proprio quello sembra volere anche D’Alema quando chiede, come ha fatto ieri, «un chiarimento politico, per rilanciare e dare vigore alla proposta riformista del Partito democratico». E non è una dichiarazione di guerra solo perché poi ha aggiunto «una nota autocritica: credo forse di non aver fatto fino ad oggi abbastanza di quello che si poteva fare per il Pd». Come dire, anche, che ItalianiEuropei, Red e la tivvù da oggi non bastano più. (antonella rampino - la stampa)