D'Alema, l'invito al dialogo e il vantaggio anche per i sardi di uscire dal tunnel (di Claudio Cugusi)

Si chiama realismo, si chiama senso di responsabilità rispetto ai tempi che viviamo e che vivremo. Soltanto così, procedendo pesantemente sulla strada delle riforme, di riforme condivise che non possono non vedere coinvolto attivamente il Partito democratico, di riforme che abbiano come beneficiarie le parti o classi più deboli della società, si potrà cominciare a ossigenare questo Paese ormai prossimo all'asfissia. E le sue istituzioni e il Parlamento, ormai vecchio e simbolo della casta tanto da tagliare del venti per cento i consiglieri comunali per ridurre gli sprechi della politica senza peraltro tagliare i suoi costi né quelli dei consigli regionali. Riformare le istituzioni e le Regioni: compresa la Sardegna, che ha bisogno di scrivere il nuovo patto con lo Stato in un quadro dove sia affermata chiaramente la sua sovranità, i suoi poteri esclusivi e le sue risorse. Un nuovo e moderno statuto speciale, per dirla tutta.
Al di là delle strumentalizzazioni, io leggo così le recentissime parole di Massimo D'Alema e l'invito ad aprire il dialogo col centrodestra e anche con Berlusconi. E mentre le leggo, mi rendo anche conto che tra invito e “inciucio” ci sono poche lettere di differenza. Perché è un attimo, soprattutto per chi è in malafede, tornare con il pensiero alla Bicamerale fallita e a quell'accusa sottile, mai fino in fondo manifestata, che da qualche anno D'Alema si porta dietro, soprattutto sui media. L'ultima ambiguità attribuita a lui e a chi lo segue consiste nella mancanza di coraggio: quando parlano di riforme necessarie e di dialogo dicano sino in fondo che la condizione per far partire riforme serie è anche quella, imposta dal centrodestra, di sospendere i processi a carico di Berlusconi. Ecco, a volte ci vuole coraggio. Lo stesso che hanno gli uomini di Stato, gli uomini intelligenti, quando è seriamente in gioco la democrazia. Lo stesso che ebbe Togliatti, anche se il paragone fa sorridere Rosy Bindi.
Il punto chiaro a tutti è che proprio Berlusconi è il presidente del Consiglio e il leader indiscusso del centrodestra. Piaccia o meno, e a me non piace, è un leader assolutamente carismatico ed è saldamente in sella da quindici anni, anche grazie alle sue tv. Ma comunque non è eterno. Dunque, ci sarà vita sulla Terra e sull'Italia dopo Berlusconi: dissodiamo il terreno.
E' necessario un lodo, una norma costituzionale che sospenda i processi a carico del presidente del Consiglio per tutta la durata del suo incarico? Facciamo il lodo, in fretta, e insieme facciamo altre riforme democratiche. Ad esempio, quella sul conflitto di interessi in campo televisivo, che alimenta il circuito media-politica. Ad esempio. E se ci svegliassimo e l'Italia pian piano tornasse ad essere un Paese normale, dove l'agenda non fosse soltanto quella taroccata, similgiudiziaria? Di cosa vivrebbero Di Pietro, Travaglio e compagnia di giro? E' questa la grande sfida di un Partito che vuole essere democratico e grande, di popolo. Un partito appena nato e già oggi schiacciato tra un vagheggiato dover essere antiberlusconista e l'impossibilità, vivendo l'opposizione, di contribuire subito a riformare (in meglio) un'Italia che ha bisogno urgente di riforme.
La politica è scelta e coraggio, è intuizione e prospettiva. La miopia, invece, porta solo a sbattere il muso.

Claudio Cugusi