E adesso da dove ripartiamo? (di Claudio Cugusi - da rossodisera.info)

E adesso da dove ripartiamo? La domanda, che è la vera domanda che tutti ci facciamo, impone una sola risposta. Eccola: è proprio adesso - che ancora ci brucia la sconfitta di Roma e non solo quella, che brucia e brucerà l'esclusione dal Parlamento - il momento di ripartire con lucidità. Con calma e dal basso. Con umiltà, senza superficialità. Con intelligenza e senza la presunzione della ricetta giusta, della formula costruita a tavolino che deve andare bene a tutti. Perché non c'è più nessuno in grado di dire che cosa va bene a tutti né tantomeno di decidere per tutti.

Ripartiamo, dunque, senza guardare le ferite che sanguinano: se ci fermiamo ora l'Avis non basterebbe a rimetterci in sesto. Ripartiamo da Uniti a Sinistra e dai movimenti che non hanno mai smesso di parlare con noi e noi con loro. Ripartiamo dalle piccole esperienze e dai grandi temi, sapendo che nessuno è autosufficiente ma sapendo anche che dove abbiamo vinto, o non perso, abbiamo saputo parlare con le persone. E conquistarci la loro fiducia.

C'è una riflessione, ineludibile, che dobbiamo avere presente in questo momento e nelle settimane che seguiranno. Una riflessione da fare sul processo di bipolarizzazione della società italiana, simile per certi versi a quello che si è manifestato negli anni passati in Francia e in Spagna. Dunqe, è o non è reversibile il processo che ha portato Pd e Pdl-Lega in Parlamento, con l'aggiunta dell'Udc che ha tenuto stavolta ma non potrà tenere a lungo?

Se il processo è reversibile, se davvero si può costruire in tempi accettabili una forza popolare a sinistra, di massa, chi lo teorizza dica prima su quali basi questo processo è possibile. Dica dove sono i numeri, dove sono i compagni disposti a farlo. Dove sono le risorse finanziarie e dove sono gli aspiranti dirigenti disposti a farsi carico, con molte poche gratificazioni materiali, di un compito così importante. Noi ci saremo, in quel caso.

Se il processo è invece irreversibile, se non c'è più spazio anche nella testa degli italiani se non per le massime semplificazioni, allora dobbiamo aprire un canale di dialogo con il Pd, dove la mancanza di sinistra e di un rapporto autentico con le comunità locali sta creando enormi difficoltà. E ne creerà sempre di più. Un rapporto col Pd e con tutte le sue laceranti contraddizioni sulla laicità dello Stato, sulla precarietà della vita, sulla guerra: non significa un matrimonio con il Pd, né un fidanzamento né un bacio sulla bocca. Col Pd si può avere una relazione politica chiara, non ambigua, su temi condivisi e preventivamente indicati. Oggetto di un accordo politico di lunga durata che va poi ratificato e santificato ogni giorno, nelle pratiche territoriali. Non è il massimo: lo sappiamo. Non è quello che sognavamo: sappiamo anche questo. E' un ripiego? Ma la questione è maledettamente seria per chi non accetta la pura testimonianza politica e sa che i problemi della società democratica si affrontano e risolvono soltanto dentro le istituzioni e le assemblee elettive.

In questo momento e per i lunghi momenti che verranno siamo davvero in grado di costuirci un'autosufficienza politica ed elettorale? Forse, perché forse c'è una terza via. Che è quella della costruzione di un altro centrosinistra, dove trovino rappresentanza e pari dignità i movimenti ma anche forze storiche come i socialisti. Un centrosinistra che parta dall'insufficienza di tutti, dal fallimento conclamato dell'autarchia politica e affermi la necessità dello stare assieme. Ciascuno con le sue peculiarità e con la consapevolezza che l'impresa è difficilissima per chi come noi non ha grandi mezzi, grandi sponsor e la tv la guarda, non la fa.

Forse, forse, forse. Ma intanto il dibattito dentro i movimenti sul nostro futuro prossimo deve scorrere senza pietà. E con la consapevolezza che l'ultimo errore, assolutamente fatale, sarebbe quello di non stare uniti ora. Uniti a sinistra, appunto.

Claudio Cugusi