Dieci anni fa, proprio in questi giorni, si spegneva la vita di Pasqualino Granata, per moltissimi anni direttore del carcere di Buoncammino. Granata era un uomo dello Stato consapevole della delicatezza del suo lavoro. Da democratico non tollerava che pene diverse da quelle codificate fossero imposte ai detenuti e, nei fatti, anche agli agenti: il sovraffollamento vergognoso delle celle, la mancanza totale di spazi per la rieducazione e la socialità, per lo sport e per il lavoro. Chi l'ha conosciuto bene ricorda quanto fosse duro quando si parlava del tradimento dei principi di civiltà e umanità. E ricorda le sue personali lotte col ministero, lotte vinte, per eliminare le “bocche di lupo” dalle celle e per istituire un piccolo ospedale. Aveva un obiettivo più alto: abbandonare Buoncammino, restituire la fortezza ai cagliaritani e veder sorgere un carcere nuovo e funzionale, meno opprimente per chi ci deve vivere e lavorare. Per anni sui giornali si è parlato di questo: tutte promesse dei governi di turno. Granata non c'è più e Buoncammino, nonostante il grande impegno di chi lo dirige oggi, è ancora fatalmente galera dove ancora si muore. Più che carcere che custodisce e prepara al reinserimento. E' istituzione totale dove le vite e i bisogni delle persone passano, inevitabilmente, in ultimo piano. Dove è pressoché impossibile separare chi è in attesa di giudizio dai colpevoli. Dove il diritto penitenziario si è cristallizzato sulla privazione della libertà gettando le premesse perché chi esce di galera ci rientri. |
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