Gruppo Hopit, un affare tutto italiano (di Cesare Giombetti)

Esistono in Italia tanti (troppi) casi di società nate con l'intento di guadagnare non tramite la produzione, ma tramite movimenti quantomeno oscuri. Un caso è rappresentato dal gruppo Hopit, che ha sedi e affari nelle isole Cayman e in Nicaragua, e da tutte le società collegate ad esso. Il gruppo è ancora attivo e baldanzoso, nonostante tutto, ed è stato, addirittura, un potenziale acquirente de L'Unità, prima di Renato Soru, attuale proprietario. Attualmente il gruppo ha rilevato alcune riviste del gruppo Peruzzo (Di Tutto, Top Salute e La mia casa, oltre a La Buona Cucina, quest'ultima, però, della Edit) per finirla, come al solito, in tribunale, invece di lavorare sul prodotto. Le due aziende ora si accusano a vicenda di truffa. 'Dati diffusionali e val

ori pubblicitari erano sovrastimati - commenta Fabio Caso, amministratore della casa editrice acquirente, la Giornali Associati - La quota di copie diffuse in particolare era tenuta alta solo dall'abbinata con il Giornale, non da reali vendite in edicola'. 'Il prezzo di 1,5 mln è stato proposto fin dall'inizio e in modo indipendente dai Caso - controbatte Alessandro Peruzzo - 'il problema principe è invece che noi siamo stati letteralmente truffati. Dallo scorso maggio non abbiamo ricevuto un solo euro a copertura della cessione delle tre testate periodiche. Le fideiussioni a garanzia del pagamento sono false, così come verificato dal giudice. Ecco perché abbiamo denunciato i Caso per truffa aggravata e associazione a delinquere'.

Il problema è, però, che quest'ultimo non è un caso isolato, ma il modus operandi normale del gruppo di proprietà di Giangaetano Caso. L'ultima avventura, infatti, è stata col quotidiano sportivo Dieci, diretto da Ivan Zazzaroni e rilevato in un momento di difficoltà. Anche in quel caso l'avventura è durata poco e con l'effetto di lasciare i giornalisti senza paga. Fabio Caso parla di 'immotivata astensione dal lavoro' come giusta causa per il licenziamento, ma non citando nemmeno una volta il mancato pagamento degli stipendi come causa dello sciopero.

Ma prima ancora il gruppo si era distinto in Sardegna per aver rilevato il call-center in difficoltà Qualità e Ambiente (già in qualche modo erede del call-center Quality Sardinia, tristemente noto per l'arresto dei vertici dell'azienda per associazione a delinquere finalizzata alla truffa), tramite le aziende Nettel prima e Laer dopo. È proprio la Laer a contraddistinguersi e a far conoscere lo stile Hopit dopo un anno circa di attività. Nel mese di maggio 2006, infatti, arrivarono le prime avvisaglie della crisi aziendale. La produttività calava. I dipendenti non ricevevano più lo stipendio. L'azienda continuava però a cercare personale. L'azienda promise quindi di saldare al rientro dalle ferie, ma niente neanche allora.

Neanche l'assemblea permanente, durata settimane, è servita a far rinsavire la Laer e i numerosi lavoratori (un centinaio) son rimasti senza gli ultimi mesi di paga. Gli unici che son stati saldati sono quelli che l'azienda vedeva, ovvero i pochi con contratto subordinato. I co.co.pro, ovvero la maggioranza, sono rimasti con un pugno di mosche. Ma ancor prima fu il caso del Globonews, rivista on-line con destini analoghi a quelli appena citati. C'è da precisare, per capire meglio con chi abbiamo a che fare, che la benestante azienda con sede nella centralissima Via XX Settembre a Roma prima e all'Eur oggi, aveva anche l'abitudine di fare il 'cuculo', appropriandosi di sedi non sue, perfino con scasso e che i lavoratori Laer, in un anno di attività, hanno conosciuto ben tre interventi delle Forze dell'Ordine, finanche in una sede romana durante una trasferta di due settimane, accorciata poi a una perché il locale (l'ex sede del Globonews) era stato posto sotto sequestro con tanto di irruzione in diretta. È chiaro che questo gruppo non guadagna dal lavoro e non è chiaro quali manovre si nascondano dietro queste mosse apparentemente insensate.

Si può ipotizzare che il gruppo Hopit voglia emulare l'ex socio nella Editoriale Dieci, Alberto Donati, editore della Edit e vicepresidente dell'INPGI, Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani, che, nel 2002, dopo aver 'presentato un piano che richiede, al di fuori dei termini di legge, il riconoscimento dello stato di crisi e la concessione di una cassa integrazione che maschera il licenziamento di fatto di quelli che considera esuberi' (http://www.fnsi.it), è riuscito ad accedere al 'fondo per la riqualificazione e la mobilità dei giornalisti' con un contributo di 691mila euro.

Quel che è chiaro è che, impunemente, continuano a fare 'affari', grazie al sistema italiano che rende la vita facile a chiunque voglia cimentarsi in operazioni scellerate come quelle del gruppo Hopit. Un tempo era possibile visitare i siti di Hopit, Laer, Nettel ecc., mentre oggi sono oscurati. Si può visitare, invece, il resoconto on-line della storia della Laer in Sardegna su http://laerprecari.spaces.live.com/