Ci sono angoli di Roma sopravvissuti non si sa come alla sciagura
dei tempi. Angoli sottratti per sbaglio all'avanzata del mercati e dei mercanti globali. A Campo de' fiori, ad esempio, è sopravvissuta l'ultima latteria di una Roma sbaragliata dai palazzinari. La conoscono in tanti e io l'ho scoperta qualche anno fa passeggiando con Checchino Antonini, un amico giornalista che condivide con me il piacere della passeggiata e il gusto per l'insolito.
Dunque, la latteria. Dove c'è un signore, non proprio un pischello, che ti vende un bicchiere di latte. Dove il bagno è stato ricavato da una piccola stalla e in quella stalla, non molto tempo fa, c'era una capretta. E il latte arriva così, dalla tetta al bancone, ogni giorno.
E' poi c'è il flipper, un Gottlieb inizio anni '80 non ancora trasfigurato dall'elettronica. Molto molto meccanico questo flipper: si può spingere di bacino, il disperato colpo pelvico, e non fa tilt facilmente.
Ci piacciono i posti così, scoprirli in mezzo al moderno e all'hi tech. Ai bagliori del mondo intossicato dal consumo. Ci piacciono i posti a dimensione umana, incontrarli per sbaglio in questa e in altre città, sempre meno umane. Ci piace fermarci senza dover guardare l'orologio, dirci cose che hanno un senso e cazzeggiare. Dove porta questa corsa continua, senza più freni né regole né meta? Noi osserviamo il mondo dalla porta delle latterie sopravvissute, dalle postazioni non ancora bombardate. Seduti su una poltroncina arrugginita di ferro e corda.
Claudio Cugusi
(nella foto: Artù riflette sul senso delle cose)