Il preside che ama gli studenti. Perfino i clandestini... (di Giorgio Pisano - Unione Sarda)

Ha parlato forte e chiaro il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini: «Chi non sa dirigere cambi mestiere». Per un attimo alcuni hanno pensato si trattasse di un annuncio di dimissioni. Errore. Era semplicemente un generico avvertimento al mondo della scuola. Antonio Piredda, che fa il preside da quasi vent'anni, non l'ha presa come una minaccia personale. E ha messo nero su bianco un'ideuzza che gli frullava per la testa da qualche tempo. Al cancello dell'istituto che governa, il liceo psico-pedagogico De Sanctis a Cagliari, ha fatto attaccare un cartello con tanto di firma e timbro della repubblica italiana. Il testo dice esattamente così: questa scuola pubblica accoglie sardi, italiani, comunitari, extracomunitari e clandestini bianchi, olivastri, neri, gialli e rossi, di qualsiasi fede religiosa. Casomai sfuggisse il segnale, ha fatto incollare una fotocopia anche all'ingresso del caseggiato.
Tornassimo al maccartismo, storica febbre anticomunista americana degli anni cinquanta, non l'avrebbe passata liscia. E non è detto che qualcosa non accada. Perché il gesto è palesemente sovversivo, provocatorio, irriverente: anche se, a leggere bene, non è altro che la ripetizione di un principio della Costituzione.
Sembra una risposta a distanza all'iniziativa di una collega (Anna Bottaro, preside dell'Istituto tecnico commerciale di Padova) che aveva intenzione di chiedere il permesso di soggiorno agli studenti stranieri che si accingevano a sostenere l'esame di maturità nella sua scuola.
Comunque nulla sarà più come prima. Dopo quel cartello, finito sui giornali e sui tiggì, il professor Piredda è stato bombardato da mail e telefonate. Per il momento, manco una di insulti. In ogni caso l'interessato non manifesta pentimento tardivo, nessun timore di un'eventuale inchiesta ministeriale («e per cosa?, perché ho ricordato la carta dei nostri diritti?»)
Cinquantasei anni, niente figli, precisa con pignoleria che il suo liceo è intitolato a Francesco De Sanctis, con la c e non De Santis come ha visto scritto su quotidiani e sulla guida telefonica. Chiarito questo aspetto ortografico-letterario, dà i numeri: circa quattrocento iscritti, corpo docente formato da una sessantina di prof e un bilancio («teorico, molto teorico») di cinquecentomila euro. Extracomunitari, zero, però ne aveva quattordici l'anno scorso. E colpisce mentre ne elenca il destino, uno per uno, contando con la mano e inseguendo il ricordo: dunque, avevamo una ragazza russa che è tornata in patria, una rumena e una polacca che hanno trovato lavoro in un residence, due bielorusse e due ruandesi che si sono trasferiti. I suoi allievi hanno tra i quindici e i diciannove anni, esercito quasi tutto al femminile che all'ora di ricreazione è l'ordinario ritratto dell'ultimissima generazione. Colori, abiti, gesti, linguaggio: è tutto di serie. Globalizzato, si potrebbe dire. Su una parete hanno scritto: la mente è un paracadute: funziona solo quando è aperta.
Dopo aver insegnato Lettere nelle Medie in alcuni centri della provincia («una straordinaria palestra di umanità»), il professor Piredda ha affrontato il concorso nazionale per diventare preside con un tema «in cui sostenevo le ragioni di una scuola dell'essere e non dell'avere». Guadagna 2.600 euro al mese.

Si è mai vergognato?
«Avvilito, semmai. Ricordo la risposta che mi diede un ragazzo quando facevo il preside in un istituto industriale. Perché non studi italiano e storia?, gli ho chiesto. E lui: che me ne faccio di italiano e storia visto che devo diventare perito meccanico? Vuol dire che non eravamo riusciti a insegnargli niente o quasi niente».
Il ministro ce l'aveva con gente come lei?
«Chissà. Secondo me parlava comunque di rogne finanziarie quando ha detto che chi non sa dirigere eccetera eccetera...».
Ha anche detto basta con la politica. Lei fa politica?
«Sì. Educativa e scolastica. Un mio punto di riferimento è il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, quando parla della necessità di mantenere giusta misura e sobrietà».
Non sarà comunista, prof?
«Sono stato uno dei fondatori dei Cobas-scuola. Ho lasciato quando sono diventato preside».
Ed è passato alla cartellonistica.
«Ci stavo pensando da tempo. Intendiamoci, si tratta di piccola, piccolissima cosa e me ne assumo tutta la responsabilità. A suggerirmelo è stata l'aria che respiro nella mia scuola».
Ha fatto un sondaggio preventivo?
«No. Mi sono basato su impressioni raccolte durante le chiacchiere coi docenti e coi ragazzi».
Precedenti specifici?
«Non ne ho. I cartelli, in passato, li ho portati in piazza. Insegnare è missione difficile, delicata. Richiede distacco e senso delle proporzioni».
Critiche?
«Qualcuna. Un insegnante mi ha detto per esempio che non avrebbe utilizzato il termine clandestino».
In Italia è reato essere clandestini.
«Ma io ho dato al termine un significato più ampio. Parlavo di diritto allo studio, non di una legge di polizia».
E se la Sovrintendenza scolastica la prendesse male?
«Lo escludo. I miei rapporti con le gerarchie sono sereni. Eppoi, ho soltanto ribadito il riconoscimento di un diritto che dovrebbe essere di tutti. L'istruzione è come il pane: se te lo chiedono, hai il dovere di darlo, punto e basta».
Hanno ipotizzato di controllare il codice fiscale alla Maturità.
«Questa proposta mi lascia perplesso per la semplice ragione che ogni candidato deve essere identificato attraverso un documento d'identità prima che comincino le prove. A che serve pretendere anche il codice fiscale?»
Gli irregolari non possono averlo.
«Allora serve per altro. Vorrei sapere inoltre se una volta acquisito il codice fiscale, gli insegnanti debbono trasmetterlo a qualcuno: a chi e per cosa. Sembra una schedatura, un'operazione da polizia giudiziaria, perfino una palese violazione della legge sulla privacy. E se scopro un allievo senza codice fiscale, che faccio, lo denuncio?».
Ai medici l'hanno chiesto: denunciate i clandestini.
«E hanno risposto no, farlo avrebbe significato tradire il giuramento professionale. Hanno lasciato perdere, per fortuna».
Beh, i professori non giurano.
«Fanno qualcosa di molto simile: garantire e assicurare il diritto allo studio non è forse lo stesso?».
Preside, sul suo cartello ha messo il timbro della Repubblica.
«L'ho anche firmato, se è solo per questo. Non credo di aver commesso alcun reato. Ho detto che la scuola pubblica è aperta a tutti: dove sta la novità?»
Reazioni politiche?
«Mi ha telefonato un assessore provinciale, l'istituto di Storia della Resistenza da Nuoro, colleghi in pensione e un gran numero di docenti da Milano».
A chi le piacerebbe spedire il cartello?
«A tutti quelli che pensano, giusto perché sono nati qui, di essere titolari di un diritto esclusivo che non intendono condividere con altri».
Alla sua collega di Padova lo manderebbe?
«No. Questione di rispetto. Ognuno risponde di quello che fa, altrimenti ha ragione il ministro a dire che si sta facendo politica».
Mentre lei, più banalmente, sospetta solo che la Costituzione sia in coma.
«Al di là delle parti che attendono ancora di essere applicate, diciamo che tanti, troppi tendono a dimenticarla. Paradossalmente la scuola è uno dei pochi luoghi dove ci sono regole precise che devono essere rispettate. E sottolineo devono. A cominciare dai turni per andare in bagno: servono a insegnare il rispetto del prossimo».
In che modo?
«Se il docente consente che esca un alunno per volta, finché quello non torna non può uscire il successivo».
Tagli alla scuola: s'abbassa la qualità?
«In bilancio posso contare su mezzo milione di euro. Più che di soldi veri, si tratta di crediti garantiti dallo Stato, dalla Regione, dall'Unione europea. Con la riforma, perderò professori di ruolo e precari: grosso modo, una ventina di insegnanti. E al netto di tutto, dovrò far marciare la scuola con 150mila euro l'anno».
Tagliano per favorire l'istruzione privata?
«Anche se l'orientamento del Governo sembra puntare in questa direzione, non penso che l'obiettivo sia quello di far scomparire la scuola pubblica: ha radici molto profonde in Italia. Impossibile smantellarla».
A Ragusa hanno vietato i bermuda, a Trento le canotte. E lei?
«La tolleranza non va soltanto predicata. Ogni tanto bisogna pure provare a praticarla. Questo istituto ha un regolamento interno che impone un abbigliamento dignitoso per andare in classe».
Tutti obbedienti i suoi allievi?
«Ho ragazzi che fanno un giornalino, che fanno volontariato negli ospedali. Credo stiano percependo molto bene le lezioni del corpo docente, al di là dei programmi ministeriali. È che sono molto sbalestrati».
Vogliono diventare tutti tronisti e veline?
«Qualcuno sì. Ma a spaventarmi è l'allieva a cui è stato sequestrato l'altro giorno un telefonino. Gliel'ho restituito a fine giornata: avevi paura che lo tenessi io?, le ho domandato. E lei: no, signor preside, è che costa seicento euro».
Declino della scuola. Il ministro Tremonti dice che è tutta colpa del '68.
«La scuola pubblica è in sofferenza, inutile negarlo. Nell'arco di pochi anni l'hanno scossa non una ma quattro riforme. Quattro: di centrodestra e di centrosinistra».
E allora?
«Non vorrei sembrare un vecchio rintronato ma se va in declino la scuola pubblica affoghiamo tutti».