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Un sondaggio devastante complica la crisi del Pd in Sardegna: il partito sarebbe sotto di 13 punti rispetto al Pdl.
DAL NOSTRO INVIATO
GIUSEPPE MELONI
PAULILATINO L'ambientazione, almeno quella, piacerebbe a Renato Soru: Santa Cristina, il sito archeologico da cui il fondatore di Tiscali lanciò la sua 'Opa' per prendersi il Pd alle primarie del 2007. Ma di tutto il resto, nell'assemblea dell'area riformista del Pd (Cabras, Fadda e più: ma partecipa anche il parisiano Filippo Spanu), il governatore apprezzerà ben poco. Certo non le parole di Antonello Cabras, quando annuncia che «oggi, nelle intenzioni di voto, in Sardegna il Pd è 13 punti dietro il Pdl».
Questo è uno dei motivi per cui l'area antisoriana (non chiamateli dissidenti, Cabras non vuole) vuole evitare le elezioni anticipate. Ma non il principale: «Non possiamo lasciare l'Isola nel mezzo di una crisi economica, il presidente ritiri le dimissioni», dice Silvio Lai nell'introduzione. In cambio, però, l'area riformista si dice pronta ad accettare «il lodo Migliavacca», come lo definisce Lai: ossia le tre condizioni che il mediatore di Veltroni ha indicato per superare la crisi. E cioè: sospensione della legge urbanistica per dare priorità a una Finanziaria «blindata». Sostegno a Soru come unico candidato del Pd a eventuali primarie di coalizione. E gestione di garanzia nel partito, attraverso il superamento della segreteria Barracciu.
LA LINEA Il ragionamento può sorprendere, ma è abbastanza chiaro. Chiedendo il ritiro delle dimissioni e accettando quelle condizioni, i no-Soru contano di togliere al presidente ogni motivazione per sciogliere il Consiglio regionale. O quanto meno di lasciargli in mano il cerino della rottura. «Non possiamo non dare una risposta alle domande che provengono dai sindacati e dal mondo produttivo dell'Isola», dice Lai, «dobbiamo essere responsabili».
Del tutto in sintonia con l'intervento di Antonello Cabras. Il senatore chiude la serata e dà l'annuncio-choc dei sondaggi che vedrebbero il Pd drammaticamente indietro: «In questo quadro le dimissioni e le elezioni sono un errore. E Soru non creda di fare una campagna elettorale dicendo che la maggioranza non gli ha lasciato fare quel che voleva: nel 2004 batté Mauro Pili che diceva proprio cose simili».
Se poi al distacco tra i partiti maggiori si aggiungono i probabili alleati del Pdl, osserva Cabras, diventa indispensabile creare nel centrosinistra «la coalizione più ampia e coesa possibile». Quanto al leader, «ritengo che il candidato ufficiale del Pd, alle primarie, non possa essere che Soru». Ma è vero che «nessuno può vietare a un elettore del Pd di votare un altro nome. Anche perché se no sarebbero primarie finte».
IL DIBATTITO Tra l'apertura e la chiusura, però, si sentono tante cose e non sempre in linea col messaggio centrale della serata. Soprattutto, si sentono parole dure nei confronti della politica soriana. Erano più che attese quelle di Paolo Fadda: «Stasera - propone il deputato, dopo aver richiamato la coerenza del suo maestro politico Pinuccio Serra, da poco scomparso - dobbiamo uscire da qui dicendo che, se Soru non ritira le dimissioni, non sarà il nostro candidato». La proposta non passa, almeno per ora, ma raccoglie gli applausi convinti di una parte degli oltre 150 presenti.
Forse meno attesa la rassegnata invettiva di Nazareno Pacifico: «Per la gestione della cosa pubblica non posso più fidarmi delle rassicurazioni del presidente», dice il consigliere regionale, «per esempio sul conflitto di interessi, che si è aggravato di molto. Aveva detto che avrebbe ceduto Funtanazza al Comune di Arbus, che si sarebbe svincolato da Tiscali: ora ha anche l'Unità. Non vorrei che, come accade in edicola, comprando il giornale ci abbia trovato, come inserto, il Pd».
Più incline a un dialogo con Soru sembra Alberto Sanna. Contro la conferma delle dimissioni, e del tutto in linea con la traccia di Silvio Lai, è anche Siro Marrocu. Che si distingue solo sulla soluzione da dare al braccio di ferro nel partito: «Sono contro il commissariamento, sarà utilizzato da Soru per dire che i partiti sono allo sfascio. È giusto che la Barracciu si dimetta, ma al suo posto dev'esserci un esecutivo paritario, non un commissario romano».
Alla volontà di Fadda di decidere subito la strategia in caso di elezioni a febbraio, risponde Giacomo Spissu: «Certo, in quella circostanza sarà difficile ricostruire la coalizione. Ma finché c'è la possibilità di evitare il voto, discutiamo di quello. Valutiamo fase per fase, e vedremo che al nostro interno le distinzioni sono meno marcate di quanto sembrano oggi». Nel caso, se ne riparlerà presto: «Aspettiamo il dibattito in Consiglio», chiude Cabras, «e se le dimissioni saranno confermate dovremo rivederci presto per parlare delle liste». Forse già il 27 dicembre.
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