Ciao Sergio,
non temere per i tuoi allievi, per la capra che si arrampica sul tavolino e la pecorella che segue i tuoi cavalli in passeggiata: ci sono amici che sapranno portare avanti il maneggio di Medau Su Cramu durante la tua detenzione.
Lo sappiamo che vai a perdere la libertà e sappiamo anche che non sappiamo quanto durerà questa assurda, inutile e ingiusta privazione.
“Gli uomini non perdonano facilmente”, diceva ieri don Ettore Cannavera alla Vetreria ricordano le parole di un ragazzo suicida. Io aggiungo che non perdonano facilmente gli innocenti che sono finiti tra le maglie della giustizia: figuriamoci quale sorte tocca ai colpevoli.
Caro Sergio, la nostra società è totalmente impazzita ed è anche per questo che la nostra richiesta di grazia non ha ancora avuto seguito. E' un fatto politico: con la cronaca che ci vomita addosso, ogni giorno, episodi criminali di tutti i tipi, impegnata com'è a nascondere con questi fatti spiacevoli i veri problemi della nostra società, non c'è ancora spazio per uno come te. Che in carcere non ci dovrebbe proprio entrare. Ti spiego: la condanna penale ha finalità di prevenzione e di retribuzione. Quelle finalità non esistono più, secondo me e secondo molti, perché è vero che quindici anni fa hai commesso un reato grave ma è anche vero che non ne hai commesso più. E soprattutto che hai lavorato per la società e per te stesso, che ti sei rieducato. Che cazzate così, nella tua vita, non ne farai più.
Dunque non è inutile che lo Stato ti tolga oggi la libertà: più che inutile è dannoso per te stesso e per la collettività, che dal carcere non potrai più aiutare.
Tieni duro davvero: non so perché ma sono convinto che uscirai presto. E troverai ancora il Comitato per la grazia, i tuoi amici. In un mondo normale sei tu che dovresti presentare allo Stato il conto della tua autorieducazione: in questo, invece, abbruttito dalle nostre paure, lo Stato ti chiede di passare inutilmente del tempo, come una bestia, con altri uomini trattati come bestie, senza poter disporre del tuo tempo. Senza poterlo usare ancora per gli altri.
Sarai libero e allora dovremo combattere un'altra battaglia. Politica. La battaglia per cambiare nome al diritto penale. Penale viene da pena e la pena non è mai giusta. E' giusta la sanzione, è giusto il lavoro obbligato a favore della collettività. E' giusta l'interdizione, è giusto il reinserimento progressivo nella società.
La civiltà si misura nelle istituzioni totali come il carcere, i manicomi, le caserme: ho idea che di civiltà, in questo Occidente e in questo mondo, per ora, ce ne sia troppo poca.
Mentre gli impulsi del basso ventre sociale sollecitano il diritto alla sicurezza noi teniamo la testa salda. E riibaltiamo il concetto: dobbiamo lottare tutti, anche tu come potrai, per la sicurezza dei diritti. Per una società, anche per una società sarda, dove il lavoro e la salute, l'istruzione siano diritti sicuri per tutti. E dove anche il carcere e la sua subcultura di negazione, di afflizione gratuita lasci il posto alla prevenzione delle molte cause sociali che spesso portano in carcere quasi sempre (ma guarda un po') i più deboli. Non chi ha la possibilità, in un modo o nell'altro, di evitare il carcere.
Ciao Sergio, tieni duro: non c'è notte che non abbia poi un'alba.
Claudio