Ci sono cose che non si capiscono. Una è questa: perché chi dice di avere idee simili se non uguali avverte l’ossessivo bisogno, sempre, di distinguere? E distinguendo distinguendo finisce per provocare separazioni o per separarsi. Per frantumare e frantumarsi. Per dividere e dividersi.
Visto dall’esterno, ma anche all’interno ci raccontano che la situazione è realmente questa, il congresso di Rifondazione che si celebra a Chianciano in queste ore è una fotografia della diversità. L’ostentazione della diversità con la pretesa che la ragione, quella con la erre maiuscola, sia solo da una parte (la propria) mentre le ragioni degli altri non meritino attenzione. Tantomeno uguaglianza.
C’è il sospetto che nel dna di un pezzo della sinistra, certo anche sotto il profilo delle persone dei dirigenti che la incarnano, siano presenti alcuni geni: quello che impedisce di leggere la società nella sua complessità e si limita a focalizzare un solo punto di osservazione; quello secondo cui la politica si fa soltanto dicendo no a qualcosa o a qualcuno e mai proponendo, seriamente, dopo aver studiato tutto, qualcosa di concreto. Poi c’è il gene dell’autosufficienza, della resistenza ad oltranza in nome di un equivocato senso di coerenza e di appartenenza identitaria, quasi settaria. E poi -credo sia il più pericoloso – c’è il gene del divisionismo. Quello in nome del quale è necessario, quasi fosse un bisogno esistenziale, ricercare occasioni di solitudine, il massimo comune divisore, piuttosto che individuare il minimo comune denominatore dell’agire politico.
Accade nel livello politico italiano ma accade anche nel livello politico sardo, ovviamente. Prendiamo il caso di Soru e della sua ricandidatura a presidente: nessuno seriamente può pensare di prescindere da lui, per tante ragioni e non solo per il fatto che è il presidente uscente. E per il fatto che è tutto da dimostrare che altri possibili candidati si avvicinino al gradimento popolare che riceve Soru. Certo, si possono fare le primarie (del Pd, di coalizione) e in teoria ci potrebbero essere anche altri candidati: ma allora è necessario che qualcuno avanzi per tempo la candidatura. E oggi candidature, nel senso pieno del termine, non ce ne sono. In assenza, il candidato non può essere che Soru e sarà Soru, visto che si vota tra qualche mese e questo arrovellarsi sui giornali non fa altro che indebolire il centrosinistra e rallentare l’efficacia dell’azione del governo rispetto alla soluzione dei problemi della Sardegna.
Ai sardi, agli italiani, a chi si identifica in una visione di progresso
della società e non di conservazione interessa avere politici e partiti concreti. Che propongono e poi fanno. Non interessa alla gente, invece, sempre più lontana dai partiti, questo chiacchiericcio futile. E tantomeno interessa alla gente, che ha problemi concreti da affrontare ogni giorno, questa divisione continua dentro la sinistra. Questo cercarsi gli avi e i nipoti, questo dirsi puri con esclusività degli altri. Avrà altri problemi al suo interno, problemi che sono evidenti, ma in questo senso fin dalla
sua stessa nascita uno sforzo (vedremo quanto efficace) il Pd l’ha fatto e lo sta facendo ancora: lo sforzo di mettere insieme, accettando la sfida della complessità della società, persone e aspirazioni e idee diverse tra loro portandole alla radice comune dello stare assieme in politica. Non per un partito feticcio ma per un’esigenza concreta: a furia di distinguo e di precisazioni alla fine si rimane da soli.
Viceversa, con lo spirito di chi crede che le differenze si debbano
sommare e non sottrarsi, con lo spirito di chi vuole aggiungersi a quanto di buono già c’è caratterizzandolo in senso sempre più autonomistico, il Movimento sardista e la rete italiana Uniti a sinistra tre anni fa avevano stretto un’alleanza con Rifondazione. Il partito della sinistra che più di tutti ha mostrato attenzione ai movimenti dal basso, il partito che con il progetto della Sinistra europea ha puntato al superamento delle forme tradizionali (e vecchie) della politica organizzata e della società. Poi tutto, lentamente, ha perso di sostanza e anche le relazioni sono entrate in crisi: ha preso il sopravvento la paura di perdere il proprio potere, anche se micro. La paura dello stare assieme alla pari, con progetti comuni e differenze identitarie che sono una risorsa collettiva e non una ragione di diffidenza. Poi la sconfitta elettorale disastrosa, la crisi di nervi e il rifiuto delle opinioni contrarie, le scomuniche dei curati di campagna. Le bande…
Ecco cosa rispondiamo a chi ci chiede cosa stia accadendo tra noi e la dirigenza di Rifondazione : accade che ci ritroviamo a disagio con chi mette cancelli, sbarre e paletti dappertutto. E non siamo soltanto noi a disagio: sono tanti i compagni di Rifondazione in difficoltà, che speravano in unico soggetto della sinistra plurale e che oggi sono delusi e rischiano di lasciare l’impegno politico. Compagne e compagni che fuggono le liturgie vuote nelle quali c’è un solo officiante e sempre meno fedeli. Noi preferiamo le messe cantate. E da quelle ripartiamo.
L’ortodossia fine a se stessa da sempre ci fa venire il prurito.
Claudio Cugusi
Portavoce del Movimento sardista - Uniti a Sinistra