Mario Melis e il coraggio di essere Sardi (di Claudio Cugusi da Epolis Il Sardegna)

Mercatone di viale Trento, domenica mattina, sole tiepido che scalda un'umanità alternativa. Ci sono gli avanzi di qualche cantina mescolati a cimeli tecnologici inservibili. C'è un telefonino apparentemente nuovo (dunque rubato oppure guasto) e delle scarpe di foggia orrenda buone per il teatro surrealista o per la differenziata. E poi c'è Lui: copertina rossastra sbiadita che incornicia la foto ingiallita di un faccione pensoso. “Lo vuole?”. Nemmeno il venditore crede che mi possa interessare. “Un euro”. Frugo nella tasca destra, ho una monetina avanzo dell'ultimo pacchetto acquistato. Ce l'ho già ma lo compro.
Lui è un libro, di quelli che non si trovano, stampato in poche copie vent'anni fa. Contiene tutti i discorsi di Mario Melis, il sardista presidente dei sardi e poi parlamentare europeo scomparso qualche anno fa. I ragazzi sardi non lo studiano nelle scuole italiote e non sanno che quando andava a Roma prima di tutto gridava diretto alla porta dei ministro: “Io non faccio anticamera, sono il presidente dei Sardi”.
Mario Melis era così. Avvocato olianese, con i fratelli Titino e Pietro, altri grandi esponenti del sardismo, ha scritto pagine dense di Autonomia. Rivendicando sempre il diritto dei sardi ad essere popolo e non moderna colonia civile e militare. Il diritto di decidere del proprio futuro: autonomia e responsabilità.
Me ne vado col libro stinto sottobraccio. A leggerli ora, che la politica è troppo spesso spettacolo, aria fritta e rissa, sono struggenti questi discorsi. Li regalerò a chi saprà capirli.

Claudio Cugusi