Il ministro Sacconi prende le distanze ma il Tesoro è determinato ad andare avanti
ROMA Il governo si divide sulla cosiddetta norma anti-precari inserita nella manovra alla Camera e ora all'esame del Senato: il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha preso le distanze, mentre il Tesoro è intenzionato a non modificarla, preferendo approvare subito la manovra che verrebbe eventualmente modificata in un secondo momento in un altro decreto. Le opposizioni e i sindacati stigmatizzano la posizione ambigua dell'esecutivo e chiedono che la norma sia cambiata al Senato. E le organizzazioni del lavoratori lanciano anche un allarme: la norma farebbe saltare l'accordo sui precari siglato con le Poste, l'azienda per la quale nasce la norma stessa.
Il presidente della commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini, ha ironizzato sul fatto che sia esplosa una polemica solo ieri: «È curioso - ha detto - la norma è stata presentata e votata 20 giorni fa in commissione Bilancio alla Camera; poi è stata discussa in aula prima e dopo la fiducia».
Sta di fatto che mentre il Pdl ha difeso la norma, con Italo Bocchino, Osvaldo Napoli e Daniele Capezzone, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha fatto sapere di essere «distinto e distante» dalla contestata norma. Anche i ministri Gianfranco Rotondi e Roberto Calderoli hanno disconosciuto la paternità dell'esecutivo: «La colpa è del Parlamento» ha detto Calderoli.
L'arcano sull'origine della norma è stato svelato da Gianfranco Conte (Pdl), presidente della commissione Finanze della Camera, e presentatore con la Lega dell'emendamento durante l'esame in Commissione alla Camera. Il loro intento era quello di aiutare le Poste, alle prese con il contenzioso di numerosi precari con cui sono stati siglati contratti irregolari. Racconto confermato da Pierpaolo Baretta, capogruppo del Pd in commissione, che si era battuto contro la norma. «Il governo - contesta l'ex sindacalista Cisl - non può fare Ponzio Pilato e lavarsene le mani. L'emendamento lo ha accolto e lo ha inserito nel maxi-emendamento su cui ha chiesto la fiducia».
La richiesta al governo di cancellare al Senato la norma arriva unanime da tutte le opposizioni, parlamentari ed extraparlamentari. Il ragionamento comune, esplicitato da Enrico Letta, ministro ombra del Welfare, è semplice: «Dal momento che il governo nega la paternità del grave emendamento, c'è una sola via d'uscita, semplice e lineare: il Senato elimini l'emendamento».
Il punto è che il silenzio del Tesoro è assai eloquente. E lo spiega il presidente della commissione Bilancio del Senato, Azzollini: «Al momento il governo non ha modificato la propria posizione, e cioè quella di portare a termine la manovra prima possibile». Il motivo è semplice: «Se dice sì al cambiamento di uno dei contenuti della manovra, si aprono le cataratte» degli emendamenti. La soluzione riferita da Azzollini è quella di un successivo decreto alla manovra che la modifichi «di intesa con le parti sociali».