Pacchetto sicurezza o pacchetto xenofobia? (di Mimmia Fresu)

Si scrive pacchetto sicurezza, ma si legge: ventata xenofoba. Sarà casuale, però non si può non apprezzare l'accurata regia che ha anticipato il provvedimento legislativo del Governo. Fin da piccoli ci hanno messo in guardia da dagli zingari perché portano via i bambini.

E guarda adesso cosa accade: a breve distanza l'uno dall'altro, ma in località diverse, come a dire che il pericolo è generale, vengono fermate due rom con l'accusa di tentato rapimento di bambini. La materializzazione delle nostre paure ancestrali. Il giornalismo militante ha pronti i titoloni, come i coccodrilli redazionali preparati per la scomparsa di qualche personaggio famoso, le squadre punitive, mimetizzate di spontanea adunanza, entrano in scena: devastazioni, baracche date alle fiamme, caccia al diverso (ma solo s'è miserabile), donne e bambini in fuga. Identiche immagini di qualche anno addietro dei kosovari costretti a mettersi in salvo dalle devastazioni, massacri e stupri dei criminali serbi. Monta un clima di impunità con corredo di svastiche tirate a lucido, e tanti saluti ai diritti umani e alla nostra etichetta di 'società civile'.

E mentre le cronache ci raccontano di crimini commessi nei nostri pianerottoli, tra le mura domestiche, di bambini massacrati dalle madri e da adulti tutti cittadini italiani, ecco varato il Pacchetto Sicurezza, che ci metterà al riparo dal pericolo del diverso, dagli stranieri irregolari (intanto i rom sono cittadini comunitari, ma è un dettaglio trascurabile).
Il giornalismo militante ci rassicura, ci dice che siamo più protetti, i 'sacerdoti' a tariffa fissa del Governo ci tranquillizzano dai teleschermi. Si sono nascosti dietro le nostre paure, le nostre insicurezze suscitando soltanto una strisciante ventata razzista, perché, nella sostanza, il pacchetto sicurezza è un bluff, è propaganda per allocchi.

Bruno Tinti è Procuratore aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino; sul sito internet di Micromega è possibile ascoltare una sua illuminante valutazione del provvedimento, che tentiamo di riassumere. Il provvedimento stabilisce che il cittadino straniero irregolarmente presente nel territorio nazionale deve essere arrestato e processato per direttissima. I processi per direttissima si devono svolgere entro le 48 ore dall'arresto. Attualmente, in Italia, i richiedenti la regolarizzazione del permesso sono 650 mila, ma il numero effettivo degli irregolari è sicuramente molto più elevato, nel 90% dei casi quel processo è destinato ad essere rinviato perché di processi per direttissima ce ne sono mediamente 50 al giorno. Per ognuno di questi processi occorrono: un Pubblico Ministero; un giudice; un avvocato d'ufficio; quattro segretari; un interprete; la scorta delle forze dell'ordine che deve trasferire dal carcere al tribunale il detenuto; l'agente che ha operato l'arresto, perché serve la sua testimonianza, il verbale non basta. Dopo l'aggiornamento del processo, lo straniero deve essere avviato alla carcerazione preventiva per almeno un mese.

Ma le nostre carceri non erano sovraffollate e il personale ridotto all'osso? L'aspetto più esilarante succede all'atto della condanna del cittadino irregolare, che non viene incarcerato, ma gli viene consegnato un decreto di espulsione. E c'era bisogno del processo?
Ma non basta, infatti, se l'immigrato col decreto di espulsione decide di lasciare il nostro Paese e si reca in un posto di frontiera, dall'altra parte: Francia, Svizzera, Austria, ancora meno in un aeroporto, non lo fanno passare perché è senza documenti, perciò sarà costretto a vagare per l'Italia in attesa di essere nuovamente arrestato, sottoposto ad altro processo per direttissima, ma per un altro reato (legge Bossi-Fini): per non aver ottemperato all'ordine di espulsione. A questo punto il cittadino straniero viene assolto in base all'articolo 54 dell'ordinamento giudiziario, in quanto la condizione che costituisce reato è motivata dallo stato di necessità, in fondo cos'altro poteva fare?

Inoltre, la norma è rivolta a coloro che entrano nel territorio del nostro Stato non verso chi è già presente e la legge non ha carattere retroattivo. Anche coloro che verranno in seguito, in caso di arresto, possono sempre dichiarare di essere in Italia da una data precedente all'entrata in vigore della legge. Delle due una, e perché no. anche entrambe: o questa legge è il parto di una mente confusa, oppure la stessa è una copertura, anche maldestra, di chi vuole mostrare agli italiani la faccia severa, ma in realtà vuole solo creare un clima di allarme con conseguente caccia allo straniero. Una inchiesta di Amnesty International afferma che siamo uno Stato razzista. Suvvia: Fini si reca persino in Israele con tanto di zuccotto sul capo. Volete che ad Arcore o Villa Certosa manchi la servitù di colore? Bossi non fa testo: lui ce l'aveva già con noi terroni.

Mimmia Fresu