Quando tre pappine non erano bullismo (Claudio Cugusi - Epolis)

C’erano i cortili nei palazzi di questa piccola città, non garage interrati e tristi, col cancello elettrico che si rompe a ogni sospiro. Cortili ambiti nei
pomeriggi invernali di sole, chiassosi e infuocati d’estate, con la fila al
rubinetto e una rara idea d’ombra in qualche angolo, ricercato per mangiare seduti il ghiacciolo. Erano spazi versatili: campi da calcio, soprattutto quelli in cemento. Ci si tuffava senza sbucciarsi troppo le ginocchia e i gomiti. Tra le auto in sosta è nata la puntera e nel giro di poche stagioni, anche per i più camboni, si è evoluta nel tiro di piatto, di collo e nel colpo al volo. Per finire con la stamborrata, caratterizzata da un dato: il sansiro in gomma schizzava come un proiettile nel cortile a fianco o ammaccava con un botto lo sportello di una Dyane.

Erano universi a misura di bambini quei palazzi, mondi sicuri per ogni esperienza: le biglie, le sfide con l’elastico per le femminucce, la merenda, le prime parolacce ripetute senza capirle, gli sfottò: tre pappine erano solo tre pappine, non si chiamavano ancora bullismo.
E poi le corse in bici senza rotelle prima di affrontare il marciapiede con la Graziella e finalmente la strada. I cortili erano animati da una gerarchia naturale: i più grandi vigilavano sui fratelli minori difendendoli dalle cricche avversarie. Ma li comandavano con ordini tipo: tu in porta, tu passa il pallone. In qualche aiuola crescevano curiosamente nespoli rigogliosi. E quando le nespole passavano dal giallino all’arancione voleva dire che la scuola stava finendo.

Claudio Cugusi
giornalista