Sardegna, dall

Il presidente Berlusconi decide, da solo, di prendere le risorse destinate al G8 di la Maddalena e destinarle all’Abruzzo, insieme agli appuntamenti principali del summit dei grandi del mondo. Non consulta il presidente della Regione Sardgna, non lo convoca al Consiglio dei ministri come dovrebbe per Statuto quando si tratta di questioni che riguardano la nostra terra. Ha ancora senso parlare di autonomia nel 2009 nelle forme con le quali i sardi l’hanno tratteggiata negli ultimi sessant’anni? Esiste ancora, almeno nella facciata, una parvenza di autonomia e di specialità della Sardegna nel suo rapporto con l’Italia e il suo governo centrale?

Su questo tema, già da molto prima dello scippo del G8, si interrogano non da ieri eminenti studiosi del diritto costituzionale e delle Regioni. Ogni tanto esce allo scoperto anche qualche politologo, per poi deviare su altri argomenti, tra la strategia e il gossip: ha più audience. E’ desolante, invece, il silenzio dei partiti sardi e dei loro leader senza leadership: come se il futuro della Sardegna potesse essere deciso soltanto dai sardi (che hanno molta poca voglia di prendere in spalla il loro destino di popolo) e non invece in un sistema più delicato, di relazioni statuali, europee e internazionali.

E’ dal 2000 che, ormai senza annunci ma con i fatti, assistiamo alla fine definitiva (il contrasto tra le parole è voluto) dell’autonomia così come è stata intesa nella metà di secolo precedente. Prima la riforma del titolo V della Costituzione e ora la riforma del federalismo fiscale portano già la Sardegna ad essere un Regione come tutte le altre, sotto il profilo dei poteri e del rapporto con lo Stato centrale. Che poi la Sardegna e i sardi siano altro dagli italiani, siano anche Italia come però sono Mediterraneo ed Europa, questo è soltanto un dato culturale, sociale. Un dato antropologico. Non più un fatto politico che si deve tradurre in un sistema istituzionale differente quanto alle relazioni con la comunità statuale, in un modello di progresso economico che ci veda liberi di prendere un aereo quando vogliamo e non quando c’è; di pagare l’energia a poco prezzo e senza che quell’energia sia generata da una rapina ambientale; di usare civilmente tutto il nostro territorio e non solo quello che i militari ci lasciano libero.
Da questa visione, da questa negazione della specialità che si traduce, de minimis, anche nella mancanza di parlamentari europei certamente eletti nell’Isola, da questo annullamento dei poteri (non privilegi) dei sardi dobbiamo partire oggi per capire quale sarà il futuro triste dei sardi nei prossimi decenni.
Il centrodestra sardo, pure arricchito da forze che si dicono autonomiste, che perfino a tratti e senza sprezzo del ridicolo affermano l’indipendenza come obiettivo di lotta, si è rivelato quel che sapevamo: una fricassea di sigle del tutto incapaci di affermare e praticare i valori, pur sbandierati, del sardismo: alla prima circostanza utile, lo scippo dei fondi del G8, ha reclinato docilmente il capo davanti al Capo. Lo rifarà ad ogni occasione, è prevedibile. Questo centrodestra non può costruire la strada della crescita dell’Isola: al massimo potrà gestire l’emergenza, senza riuscirci.
Ma non è più rosea, nella sostanza delle cose, anche se è differente la situazione nella quale versano le forze che avversano il centrodestra: da loro soltanto silenzio, timidi e isolati commenti sul gesto di Berlusconi. E questo non si deve soltanto al fatto che ampi settori del centrosinistra giustamente non hanno battuto le mani in questi anni per il G8, per l’idea poco democratica che un pugno di potenti presidenti decida, al chiuso delle stanze, il futuro di centinaia di milioni di persone. Il male che colpisce il centrosinistra sardo e tutta la sinistra, socialista e comunista, è prima di tutto culturale, di elaborazione politica e di strategia: è del tutto assente o è frammentata fino alla polverizzazione, l’idea di progresso civile della Sardegna. Un’idea che non sia fatta di sviluppo e basta, acritico, ma pensata sul bisogno e sulle ambizioni del nuovo popolo sardo in contesti molto più ampi dell’Isola. Senza quella, figurarsi se è possibile cogliere, a sinistra, la fine della specialità della Sardegna e le ragioni, che sono storiche e geografiche, culturali e sociali, che fanno della Sardegna un altrove rispetto a tutto il contesto dell’Italia. Citare in queste condizioni Gramsci, Lussu e Laconi o più recentemente Cardia e Lilliu, richiamarli per collocarli in un moderno pantheon diventa esercizio di nozionismo: i loro valori comuni, la loro idea di Sardegna sono distanti anni luce rispetto al nostro niente odierno, ai nostri partiti commissariati e senza iscritti perché così è più facile controllarli. Smettiamola con le bestemmie una volta per tutte.
Eravamo diversi e la nostra diversità era giustamente sancita: ci avviamo ad essere uguali a tutto il resto pur rimanendo comunque diversi. Ci sarà sempre un mare che ci separa, resiste comunque una lingua tutta nostra e una cultura che ci accomuna. Ma non conta più: senza un progetto popolare che ci liberi dal bisogno, con la politica e con le istituzioni contaminate dalle clientelismo e dal leaderismo hard, torniamo ad essere la colonia di sempre.
Di uno Statuto imperfetto ma comunque Statuto, ridotto a carta che nessuno più legge, studia, afferma, non sappiamo che farcene. E così anche il 28 aprile, con il suo carico di barone sa tirannia e cacciate di piemontesi, diventa in un batter d’occhi litania protosardista e folklore. Roba buona per le bancarelle, materia prima per feticisti: non per le istituzioni che dovremmo costruire e meritarci.
Non è lo scippo del G8 che ci condanna a non poter parlare più, e per tanto tempo, di autonomia. Ma la scarsissima voglia di decidere il nostro futuro. Prima di tutto da soli e poi con il resto del mondo.

Claudio Cugusi
Movimento sardista – Partito democratico