Ugo Firinu era una persona mite: stava da anni sotto il cavalcavia dell'asse mediano di Cagliari, all'inizio di viale Marconi. Il Sardegna ha rivelato la scorsa settimana che Ugo è moribondo all'ospedale, più probabilmente a seguito di un'aggressione che di un incidente stradale. Dell'inchiesta per accertare i responsabili di questa tragedia non si sa nulla. Oggi L'Unione sarda pubblica un'intervista ai familiari. E mentre la leggo penso a quanto poco la città, la società fa in concreto per aiutare chi si è perso (per mille motivi, anche per colpa sua) per le strade della vita. (c.c.) --------------------- Dall'Unione Sarda
In un passato remoto, prima che arrivasse l'eroina, Ugo Firinu amava la vita da ricco. Nel 1983, quando si sono conosciuti, faceva la commessa nella panetteria di Firinu. Gli anni Ottanta li hanno vissuti a mille: «Andavamo in discoteca all'Eurogarden e ordinava champagne, anche sei io preferivo la gazzosa». Poi le auto e i gioielli: «Aveva la passione per le macchine di grossa cilindrata. Mi ricordo una Argenta. Io non facevo in tempo a desiderare una cosa, anche preziosa, che subito mi accontentava». Matrimonio nel 1985 («Ugo si comprò tre abiti»), viaggio di nozze alle Canarie. Dopo due anni il panificio di famiglia chiude e inizia il declino. Il marito trova lavoro in un altro forno. Stavolta come panettiere. «Non sopportava la perdita di potere, era diventato un semplice dipendente». Si avvicina alla droga. «Un pomeriggio è arrivata una mia amica a casa, e mi ha detto che Ugo si faceva di eroina». Capelli rossicci, occhi verdi, fisico sportivo e mani gonfie per il lavoro: «Ero impiegata in un'impresa di pulizie. Mi hanno licenziato la scorsa estate e ora vivo grazie a qualche lavoretto saltuario». Abita insieme ai figli al secondo piano di un ordinatissimo appartamento nel centro di Elmas. La credenza con le bambole in corridoio, i gerani sul balcone. Tutto perfetto. Se avesse il giardino, avrebbe anche i nani sul prato. In compenso ha una terrazza, presidiata da una tartaruga domestica. Nella cucina, dozzine di coppe vinte dal figlio minore, campione regionale e nazionale nella propria specialità. Una casa di bambola, arredata insieme a Ugo durante la sua prima vita. Una vita difficile da immaginare per chi lo ha conosciuto al semaforo di viale Marconi: magro, senza denti e dipendente dalla solidarietà dei passanti. L'eroina l'ha conosciuta nei primi anni Novanta: «Non me ne sono accorta subito. Ha cominciato a spendere tutto lo stipendio e a rivendere quello che trovava in casa. Prendeva i giocattoli ai nostri figli e li portava al mercatino del Bastione». Nel 1998 Ugo va via di casa, di comune accordo con la moglie: «Ho provato per cinque anni a tirarlo fuori dalla dipendenza della droga. Ma non voleva uscire da quel mondo. Si bucava anche a casa, con i bambini nella stanza affianco». Gli stessi figli che adesso conservano i ritagli del giornale dove si parla del padre, diventato barbone. Il maggiore, diabetico, rifiuta di iniettarsi l'insulina da una settimana: «Il ricovero del padre e le storie che ha letto sui quotidiani l'hanno scosso molto». Patrizia li ha cresciuti da sola, con uno stipendio modesto e senza un marito a fianco. «Ecco perché quando leggo che ho cacciato di casa Ugo mi viene il voltastomaco. Nessuno sa quello che ho sofferto io. Eppure ho sempre tirato avanti e non sono scappata dalla vita, come ha fatto lui». Saperlo in rianimazione, forse dopo un pestaggio, ovviamente non la rende felice: «Mi dispiace, è sempre il padre dei miei figli». Se le sue condizioni dovessero migliorare, è disposta ad aiutarlo ma non ad ospitarlo a casa: «Ci siamo separati da tempo (assistita dall'avvocato Paola Cucca per la causa di divorzio), per me ormai è quasi un estraneo». |
|||





