Per chiacchierare in viale Trieste ci vuole sempre l’ombrello, anche se c’è il sole.
Chissà cosa mangiano, quanto mangiano e soprattutto quanti sono: a giudicare dal tappeto di guano che ha sostituito l’asfalto (e coperto le buche), a vedere le tracce che lasciano sulle carrozzerie, gli storni di piazza del Carmine e dintorni rappresentano un esercito ferocissimo di cagatori scelti. Sarà che il menù non li soddisfa: un’ora di posteggio e zac, l’auto assume un curioso effetto leopardato liquido. Pericolosissimo anche fermarsi a guardare le vetrine e chiacchierare. Poi non dite che non ve la siete cercata. Sulla testa o sul soprabito, in linea di massima, mentre loro cantano l’inno del corpo sciolto.
Non c’è nulla da ridere: il problema è piccolo ma imbarazzante. Escludendo le mutande per gli stormi, non resta che metterle agli alberi (come accade in tante altre città più attente al decoro). In alternativa, c’è chi propone dei piccoli fumogeni sui tronchi: allontanano il pericolo celeste. Non piacciono, forse, a certi cuori sensibili, difensori estremi dei diritti di ogni essere vivente. Ma allora propongano loro un’altra soluzione per salvare il cuoio cappelluto dell’umanità, impreziosito dal poco prezioso liquido. E poi: esiste davvero un diritto a fare la cacca sulla testa della gente, anche se sei volatile? Ormai viale Trieste sembra un’immensa gabbia: se poi piove, il tanfo sale alto e pare di essere a Calcutta, in tour tra le fogne. Comunque gli uccellini sono belli: quando volano.
Claudio Cugusi