C’è un punto che sfugge nel dibattito sulla settimana corta. E cioè il fatto che, in linea generale e anche in linea particolare, meno lavoriamo e meglio stiamo. Non economicamente, forse: la riduzione dell’orario di lavoro, che incassa pure una prima benedizione della Cgil, serve prima di tutto a salvare qualche decina di migliaia di buste paga. Ma l’argomento più interessante è legato alla dimensione della vita. Alla qualità e alla quantità della vita. Perdiamo ore per spostarci; rimandiamo impegni improrogabili come una visita medica perché non riusciamo a coniugarli con quelli del lavoro. Persino la domenica ci troviamo tristemente negli ipermercati.
La vita così è un motore accelerato a vuoto. Che non ci fa sentire, vedere le cose belle che abbiamo intorno: gli odori e i volti e i luoghi delle città, ad esempio. Persino gli affetti subiscono la violenza di questo presente sincopato. Che sarà pure moderno ma col progresso non c’entra nulla. Come già tanti fanno a Roma, a Milano, dove gruppi di pionieri ricercano il filone dell’esistenza, dobbiamo imparare tutti a Vivere con lentezza (così si chiama questo movimento) osservando i “comandalenti”.
La crisi del capitalismo e dello sviluppismo dell’Occidente, il fallimento di ogni modello fondato totalmente sul mercato è un’occasione meravigliosa per la rivoluzione pacifica. Umanizzare l’economia: alla fine sostituiremo il prodotto interno lordo (Pil) con il benessere interno lordo (Bil). Risuonerà a vuoto quell’invito al consumo per il consumo che, subdolo, inquina le nostre giornate.
Claudio Cugusi