Autorità e autorevolezza, ordine gerarchico e caos produttivo (di Claudio Cugusi - Epolis)

Non c’è atteggiamento che urti di più di un ordine non motivato. Un ordine sordo, da eseguire subito e senza altre ragioni che non siano l’ordine stesso e dunque ancora la decisione ferma del titolare del diritto di ordinare. Nel sistema giuridico, che è fatto di precetti e sanzioni, l’ordine finale discende comunque da un processo che si celebra con tutte le garanzie  e sempre nell’interpretazione della legge. Nelle caserme, in ogni istituzione totale e persino in guerra un ordine può essere disatteso, quando è manifestamente 
illegittimo.
In un’altra accezione, l’ordine si contrappone dialetticamente al disordine come il bene al male. Ma anche il caos ha i suoi pregi: libera la fantasia, invita a riflettere da un’angolazione differente, distorce la prospettiva
consueta favorendo pensieri nuovi. Non tutto il disordine viene per nuocere, insomma. E paradossalmente a volte il disordine, lo spirito anticonformista è più utile alla società di quanto non lo sia l’ordine.  Che per esistere ha bisogno di due strumenti: il combustibile del potere e il mezzo della gerarchia, dalla quale deriva il sostantivo gerarca. Ricapitolando: i gerarchi, forti della superiorità formale, usano il potere per dare ordini talvolta non motivati e talvolta pure manifestamente illegittimi. Accade nelle dittature, politiche e militari. Accade nella Chiesa di Cristo,  chiamata a fare i conti con la vergogna di quei preti che hanno allungato le mani sui bambini. I Vangeli promettono fiamme imperiture a chi fa del male ai bambini, a chi vive per il denaro (cioè il money) e il potere.

Claudio Cugusi