Baradili, appunti per una critica e per un modello economico

Non so ancora se sabato e domenica potrò seguire tutti i lavori della conferenza programmatica di Baradili. E mi spiacerà non farlo, nel caso, perché mi rendo conto da solo che mai come in questo momento il Partito democratico ha bisogno di essere sostenuto e aiutato, per uscire dall'angolo nel quale si trova.

Un angolo, usando l'immagine della boxe, nel quale si è cacciato da solo in questi ultimi anni, rinunciando a svolgere il ruolo di guida politica della Sardegna.
Gli enormi problemi interni, il tentativo della segreteria di conciliare l'inconciliabile hanno portato a distrarsi rispetto all'obiettivo vero: elaborare un modello economico e poi anche sociale per la Sardegna, un modello autonomo e specifico, e proporlo con chiarezza a tutti i sardi. Non solo a quelli che ci votano.

Non che altri, nel centrosinistra o nel centrodestra, abbiano fatto questo lavoro. Non che altrove si siano spremute intelligenze. Ma non è una grande consolazione, però.
Dal mio partito, dal nostro partito, da un partito grande che avremmo voluto diventasse in fretta un grande partito di popolo mi aspettavo però altro.

Mi aspettavo molto dalla sua classe dirigente primaria, dalla fusione delle culture politiche differenti che avevano dato vita al progetto. Ed è per questo che anche noi del Movimento sardista, interrompendo per cessazione di attività la lunga marcia intrapresa con Rifondazione, avevamo scelto di contribuire alla nascita del Pd sardo. Con questo spirito leale e costruttivo avevo portato al voto dell'Assemblea regionale l'articolo 1 dello Statuto, quello che prevedeva nella mia formulazione (poi lievemente modificata dall'assise) la declaratoria di sovranità del Partito democratico sardo, partendo dall'oggettiva e mai rimovibile, mai contestabile, declaratoria di sovranità dei sardi nel loro territorio naturale e insulare.

Se non si vuole abbandonare la più grande forza del centrosinistra alla deriva delle correnti e delle mutevoli maggioranze, se non si vuole strangolarlo in culla regalando a un centrodestra ridotto ai minimi termini culturali e organizzativi la possibilità di continuare a governare, beh, bisogna ripartire proprio dalla sovranità del popolo sardo, dalla sovranità del partito in Sardegna e dal modello economico e sociale.

La conferenza programmatica serve a costruire il programma, appunto. Il modello. Ma perché non siano parole al vento, accanto al contributo di tutti bisogna ricercare le buone prassi. Cioè attuare quelle idee, quei progetti.
Le produzioni, l'energia, i trasporti, l'ambiente, il turismo, le relazioni con i paesi del Mediterraneo e del mondo: tutto questo fa sistema e fa il modello economico. A fronte di uno Stato italiano che si avvia sulla china del fallimento, cosa fa la Sardegna? Affonda pure lei o contribuisce a raddrizzare l'Italia raddrizzando prima di tutto se stessa?

Ecco a cosa serve il modello economico, il modello di progresso. Ecco perché serve, oggi più che mai, una forte impronta sardista, sanamente federalista, al Pd sardo.