
L’altra mattina stava lavorando come un chirurgo al motore di una Lambretta: l’ha rifatto nuovo, da zero, l’ha alleggerito e lucidato per regalargli qualche cavallo. A fianco a lui, in mistico silenzio nel ruolo di improvvisato aiutante, se richiesto, un amico di passaggio. L’officina di Giorgio Bertagnolli è così: un sacrario aperto della moto d’epoca, un tempietto d’arte motociclistica. Il Meccanico, con la emme molto marcata, è uomo di saggi consigli ma soprattutto di tecnica: riconosce i pezzi, anche i più piccoli e insignificanti; li data e classifica a occhio, senza bisogno del Carbonio 14 che invece serve agli archeologi. Analizza tracce d’olio e benzina e scopre l’arcano, mentre il Ris e quelli di Fox crime usano ancora il Luminol.
Dall’anno della ciappa la sua privata collezione di velocipedi è sempre in crescita: troneggiano le Lambrette, da corsa o da passeggio, con il faro sul parafango che illumina quanto una stearica o con i due sellini in pelle sdoppiati, decisamente sconsigliati a chi soffre per via del lato b. Anche con le Honda il Meccanico non scherza: la collezione Four, il quattro cilindri degli anni ’70, ce l’ha doppia, compreso l’introvabile Mille carenato che vale quanto un Gronchi rosa. Ma se gli dai in mano un due tempi degli anni ’80 e ’90 Bertagnolli adotta la stessa cura per arrivare alla resurrezione del mezzo:
li scova nel cimitero di ferro nel cortile dell’officina e li rigenera fino al momento topico: la moto sul cavalletto, una pedalata vigorosa e il motore che gira. Arte motocicilistica, arte in via di estinzione.
Claudio Cugusi