Cuba e il giusto mezzo tra consumismo e libertà (di Claudio Cugusi - Epolis)

Valentina è appena tornata da Cuba e ne parla stupita e quasi spiritata come di un luogo dove ancora vale la pena vivere. Perché i cubani non sono ancora contaminati dalla tv commerciale, non sono in overdose tecnologica, non conoscono il consumo per il consumo. E dunque hanno conservato intatta una sana e spontanea voglia di vivere, di stare assieme senza pretese. Hanno poco, sanno che in altri paesi (quelli da dove arrivano i turisti con i quali fanno amicizia) basta pagare, soprattutto a rate, e c’è tutto. In particolar modo il superfluo, l’effimero, l’inutile. Desiderano comunque qualcosa di più i cubani, ma senza perdere la capacità di rinunciare e conservando la carica di gioia (quella gioia pazza che avevamo almeno da bambini) davanti a un regalo insperato.
Non c’è spazio qui né sufficiente mestiere per teorizzare in poche righe i mali prodotti dal capitalismo. Meno ancora per compararli con quelli della dittatura, che significa assenza di libertà e repressione del diverso, negazione dei diritti civili. Però, è così difficile realizzare il giusto mezzo? Cioè vivere in una società libera, dove il dissenso ha il suo spazio certo, e insieme rinunciare al superfluo scansando le sirene del consumo? Attribuivamo in tanti un potere salvifico alla crisi finanziaria che partendo dagli Usa ha investito l’Occidente e poi tutto il pianeta: il potere di cambiare il nostro stile di vita. Balle: la crisi c’è ma crescono le vendite di telefonini, pc e tv lcd.  Per trovare un filo di speranza ci tocca andare a Cuba.

Claudio Cugusi
giornalista
 

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