Educazione stradale, rendiamola obbligatoria nelle scuole sarde (di Claudio Cugusi - Epolis)

Due ragazzini su uno scooter: senza casco, con la luce di posizione fulminata.
Viaggiano alle ventitrè in viale Poetto, sulla quattro corsie che porta a Quartu, infreddoliti e invisibili. Il rischio di prenderli in pieno è identico a quello che corrono altri due coetanei, a bordo di una scatoletta di latta col motore palesemente truccato. In viale Diaz ingaggiano un testa a testa sul
filo dei novanta all'ora con un altro che dev'essere un loro amico, a bordo però
di una moto da strada. Bruciano il semaforo dell'Amsicora e scansano come in
un videogame la vettura che arriva da via della Pineta.
Si chiama educazione stradale e manca nelle scuole cagliaritane, in quelle sarde, in quelle italiane a differenza di quanto si insegna da un pezzo in Germania come in Svezia. E' più utile dell'inglese l'educazione stradale, perché contribuisce a salvare la propria vita e quella degli altri. E non è soltanto un fatto di velocità: senza casco, ad esempio, si può morire a cinquanta all'ora e con le cinture allacciate spesso si esce incolumi dopo uno schianto a cento. Non è un problema che si affronta soltanto la repressione quello dell'illegalità stradale: perché i controllori sono sempre meno, sostituiti da autovelox che non fanno distinzione tra chi oltrepassa di poco i limiti e chi li viola del triplo. Molto possono fare le famiglie, ma non tutto.
È la scuola, pubblica e privata, il luogo naturalmente deputato all'educazione stradale. Che in un Paese civile deve essere inserita tra le materie obbligatorie.

Claudio Cugusi
giornalista