Gigi Porceddu da Villasor: anche le pietre piangono (di Giorgio Pisano - Unione Sarda)

Per dare voce alla rabbia l'ideale è la pietra di fiume. Dura, sobria, elegante. Portatrice sana di milioni d'anni, levigata dal tempo, ingentilita dalla natura. Eccellente messaggera dell'indignazione che ogni tanto diventa furore e perfino qualcosa di più. Gigi Porceddu, artista naif di Villasor, ne ha un arsenale. L'ultimissima era destinata al festival di Sanremo. Non è finita proprio sul palco dell'Ariston ma ha puntato comunque al cuore degli organizzatori.
Le chiama lettere di pietra, nel senso che ci scrive sopra. Negli anni ne ha prodotto un'infinità, qualcuna gli è anche tornata indietro con una certa violenza. Tra i bersagli preferiti, gli amministratori pubblici: per esempio il sottosegretario Giovanardi ( quanti asini nel Parlamento, caro onorevole ), il ministro tedesco della Difesa ( io odio la guerra, e lei? ). Quella spedita a Sanremo era un appello-preghiera sullo stato di prostrazione dell'Italia di oggi.
Con la pietra di fiume Porceddu ha vecchia familiarità. L'ha accompagnato nei primi passi da scultore, gli ha fatto incidere il ritratto della sua maestra delle elementari. «Poi non mi sono fermato più». Dice che lavorare questo materiale è «un'esigenza fisica e spirituale». Vale anche per la trachite, il basalto, il marmo e l'ossidiana ma con la pietra di fiume c'è un'intesa particolare, un'armonia segreta. «Ogni tanto, specie d'estate quando il sole l'arroventa, ho la sensazione che la pietra vibri. Vuol dire che ha un'anima, che vuole dirmi qualcosa, magari segnalarmi un terremoto che proprio in quel momento sta avvenendo dall'altra parte del pianeta».
Licenza media, 47 anni, una figlia, dedica il mattino ad un'agenzia di pulizie nell'aeroporto militare di Decimomannu, sera e gran parte della notte alle sue sculture. Autodidatta, nessun gigante dell'arte come punto di riferimento, ha conquistato col tempo una certa notorietà internazionale. Esordio a Friburgo con Botero e Christo («dei tre io ero ovviamente il più scarso»), mostre a Venezia, Roma, Milano. In questi giorni sta esponendo a Berlino mentre a Spoleto c'è una piccola guarnigione di quell'infinito esercito di terracotta (oltre 1.600 pezzi) che ha chiamato lintu e pintu , tali e quali. Chi sono? Le facce della gente comune, quella che incrocia tutti i giorni. «Gente che non ha orizzonte, che vive in silenzio».
Figlio di un pastore, nove fratelli («per un pelo saremmo riusciti a fare una squadra di calcio»), lavora nel vecchio ovile del padre alla periferia del paese. Nel laboratorio sono sparse alla rinfusa centinaia di facce impolverate, barche di guerrieri nuragici che tornano dalla guerra, il prevosto grasso, gatti di selce, gruppi di uomini muti. Anni fa, davanti a questa straordinaria corale artistica, una signora tedesca è scoppiata in lacrime per l'emozione. Era il sovrintendente dei musei pubblici della Germania.
Gigi Porceddu, che a Villasor chiamano affettuosamente Gigi su maccu, lascia stupiti per la sua disarmante innocenza. Illuminata dai lampi del camino in un pomeriggio freddo e umido, l'intervista che segue non ha registrato una sola parola in italiano. Solo campidanese, salvo un'eccezione - imprevedibile e sorprendente - che vedrete.
Ricorda la primissima opera che ha realizzato?
«Era un sant'Ignazio che ho venduto ad emigrati sardi in Svizzera. Aveva fatto da apripista un servizio di Famiglia cristiana che mi raccontava come bambino prodigio. Ma io non ero né bambino né prodigio».
Che significa?
«Ho cominciato a lavorare da piccolo, quindi non ho avuto il tempo di essere bambino. Quanto al prodigio, ho semplicemente raccolto un segnale che mi mandava la pietra di fiume».
L'ha scelta per questo?
«L'ho scelta perché è magica, perché è immortale. Nasce e si forma con la natura stessa: dunque bisogna rispettarla. Io non la sfregio, l'aiuto semplicemente a partorire, a far uscire i fiori, i serpenti, i bambini che custodisce dentro di sé».
C'è chi sfregia le pietre?
«Sì. Prendete Pinuccio Sciola, artista di cui ho grande rispetto. Usa la fresa per creare le sue pietre sonore: io dico che le fa sanguinare. Vi fa ridere che si possa parlare di violenza sulle pietre? Mi spiace ma la penso proprio così».
Lei invece coltello e cacciavite, giusto?
«Solo quando lavoravo il legno. Ho smesso perché mi sono innamorato della pietra di fiume. Adopero utensili diamantati molto speciali: incidono senza ferire».
In paese che dicono?
«Mi vogliono bene. Ma i sindaci, di destra o di sinistra, non mi hanno mai degnato, mai coinvolto in un'iniziativa».
Come mai, secondo lei?
«Forse perché ho l'abitudine di dire quello che penso, non mi faccio intruppare, non m'interessa sembrare carino. La tivù, che vedo solo per i telegiornali, non è riuscita a farmi il lavaggio del cervello. Fortuna che c'è Dino».
Chi è Dino?
«Il mio miglior amico. È un maremmano molto intelligente. Sta in laboratorio, custodisce i miei lavori. Ci facciamo compagnia ascoltando insieme la radio mentre sono impegnato con le mie pietre. Spesso gli parlo, gli domando se è venuto qualcuno a cercarmi. Risponde abbaiando. Lo premio con caramelle: gli piacciono molto ma anche la gomma americana lo fa impazzire».
Il fascino dell'arte colta si è fatto sentire?
«Avessi fatto qualche scuola d'arte o un percorso accademico istituzionale, oggi sarei un'altra persona. Un altro Gigi Porceddu, e non farei quello che faccio ora. Ammetto l'importanza della formazione ma sono refrattario a certi richiami. Ogni tanto mi assale un dubbio: fossi colto, sarei diventato come Vittorio Sgarbi? Poi mi tranquillizzo: grazie a Dio, sono diverso».
D'arte si campa?
«Si può. Però non restando a Villasor e nemmeno in Sardegna, che ormai è un deserto. Il fatto è che io ho scelto di restare sardo e di scolpire in sardo. Per mantenermi lavoro da operaio alla Base militare».
Cosa fa di preciso?
«Su merdaiolu. Puliamo cessi, mense, piazzali, uffici. Quando ci pagano, e non lo fanno da novembre, arrivo a 800 euro al mese. È un inferno, umiliazioni su umiliazioni, un balletto di appalti mensili gestiti da Napoli. Ho visto colleghi piangere».
Non la pagano e lei continua a lavorare?
«Certo, tutti i giorni. E con assoluta puntualità. Lo faccio per sfregio, per la mia dignità. Detesto i parassiti».
La sua rabbia si trasferisce anche sul voto?
«Sono anarchico ma ho votato Bertinotti Fausto. Che ora credo sia morto, no? Sono andato ai seggi solo due volte in vita mia. Col certificato elettorale mi pulisco il culo».
Come Bossi col tricolore.
«C'è una differenza. Bossi è malato. Quelli della Lega sono complici del potere. E malati, molto malati».
Quando ha iniziato con le lettere di pietra?
«Una quindicina di anni fa. Ho scritto ad un amministratore pubblico per dirgli che era un mascalzone, che il politico ha il dovere di essere onesto e trasparente».
Delle sue pietre glien'è tornata qualcuna in testa?
«Non proprio in testa, quasi. A Gonnosfanadiga, sagra delle olive, ne ho consegnato una al sindaco. L'ha letta, non ha gradito e l'ha scaraventata a terra».
L'ultima che ha spedito?
«Al sindaco di san Sperate, che so essere di sinistra. Gli ho chiesto di mobilitarci contro Berlusconi ma non mi ha risposto. È da tempo che cerco sindaci di sinistra e ogni tanto mi chiedo: ma la sinistra è sempre sinistra?»
Le lettere di pietra sono soltanto d'accusa?
«No. Ne ho fatto, a pagamento, anche per innamorati o per festeggiare i compleanni. Ditelo con una pietra. Io sono come l'acqua: penetro dappertutto. Ho provato anche ad arrivare a Sanremo».
Capita di pentirsi, magari in ritardo?
«Qualche volta ho esagerato, lo ammetto. Forse ho esagerato con lo stesso Giovanardi: troppo duro. Il fatto è che io considero l'arte uno strumento di denuncia sociale e quando sento soffiare il vento dell'ira popolare...».
Lintu e pintu, volti in terracotta. Perché farli?
«Resto ipnotizzato dalle facce di certa gente. Ho la capacità di leggere al di là degli occhi, al di là dello sguardo di una persona. Difatti odio chi adopera occhiali da sole scuri. Far vedere gli occhi è un atto di lealtà».
D'accordo ma che senso hanno quei volti?
«Nessun personaggio famoso. Salvo qualche eccezione sono rappresentanti delle categorie che non parlano, a cui non è consentito avere un orizzonte: il prete, la mignotta, il minatore, l'operaio, l'omosessuale, il macellaio... E poi tantissime donne e bambini. Che spesso non hanno il diritto ad esprimersi, ad avere idee».
Contro il governo, contro i partiti: non sarà un sardo a lamentazione permanente?
«Sono solo un arrabbiato, molto arrabbiato. Appartengo a un popolo con migliaia di anni sulle spalle che si fa calpestare da chiunque. Dominati e felici di essere dominati. Pocos, locos e quel che segue».
Tutto questo stimola l'ispirazione?
«L'ispirazione è una sorta di prurito dell'anima».
Ci sono momenti particolari in cui arriva?
«Every day. Dormo poco, lavoro sulle pietre anche tutta la notte».
Ce n'è una che la rappresenta fino in fondo?
«La pietra che partorisce: perché è un segno antico di vita, di ottimismo, di speranza».
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