Il presidente Astensione ha vinto al primo turno tutte le elezioni. A Cagliari, ad esempio, in alcuni quartieri (soprattutto in quelli più popolari) ha toccato il 75 per cento dei consensi. O dei dissensi: dipende dai punti di vista. E c’è poco da consolarsi se qualche candidato del Pd ha ottenuto un buon risultato in collegi tradizionalmente difficili. Perché la verità, con un non voto così pesante, è che le percentuali delle singole liste contano pochissimo. Anche il dato del Pd, che con un Pdl diviso risulta essere il primo partito di Cagliari città, lascia il tempo che trova: stavolta possiamo dire, certamente senza esultanza ma mortificati, che i cagliaritani, più di altri sardi, non hanno fiducia nell’istituto democratico del voto.
Proviamo a fare qualche considerazione sulle cause della massiccia vittoria di presidente Astensione.
Le cause del voto
Primo, i candidati alla presidenza: pesa nell’elettorato la divisione interna al Pdl. Se Farris aveva e ha il crisma dell’ufficialità Pdl, Massidda è un pezzo fondante del Pdl. E questa spaccatura non ha portato soltanto voti a Massidda: ne ha anche fatto scappare parecchi, non quantificabili. Quelli di chi sinceramente crede nel Pdl e nell’idea di centrodestra della società ma non ha per niente gradito la divisione. Discorso analogo nel campo non berlusconiano: Milia stavolta si è rivelato meno gradito rispetto al 2005, quando sconfisse Delogu. Ma la divisione dell’Idv (un partito che in provincia di Cagliari non ha fatto molta strada, nonostante i proclami) sul tema giudiziario, il radicalismo e la conflittualità hanno pesato non poco. Spingendo gli elettori del centrosinistra e tutti quelli che non apprezzano la politica della Giunta Cappellacci a disimpegnarsi comunque.
Secondo, il tipo di elezione: una componente della vittoria di Mr Astensione è certamente rappresentata dal rinnovo di un ente territoriale che è lontanissimo dalla vita delle persone. E che quando pure recita un ruolo concreto, l’intervento non è percepito dall’opinione pubblica o vissuto comunque come scontato. Insomma, la Provincia non conta e se conta non fa abbastanza per farlo sapere. Indipendentemente da chi la governi, la Provincia non fa parte del circuito mediatico, il lavoro del Consiglio provinciale non rimbalza nelle cronache. Ed è come se non esistesse, non essendo percepito. Se tanto è vero, il partito variegato dell’Astensione prenderà una botta tra un anno, alle Comunali di Cagliari: l’attenzione degli elettori è di sicuro più alta e anche il numero dei candidati in campo ci riporterà finalmente verso una partecipazione democratica più forte. Più normale, se cosi si può dire.
Terzo, le novità: in questo scenario, mentre Pdl e Pd sembrano fermi o comunque poco mobili, si muovono bene i singoli candidati di piccole liste, se radicati nei territori e nei quartieri. Gli esempi di questi exploit si sprecano. Palpabile, in una Sardegna penalizzata dalle faide dentro le due grandi coalizioni, la crescita di Irs, l’unica formazione indipendentista ad aver assunto, in tutti i collegi, la dimensione di una forza politica solida. Sotto la guida di una donna che conosciamo e stimiamo, Ornella Demuru, Irs comincia a riscuotere i frutti del lavoro ideologico e della proposta politica di questi anni. Anche l’effetto Vendola si fa notare e provoca un assestamento verso l’alto per Sinistra e Libertà. Tengono anche i Rossomori, dimostrando che c’è spazio per l’idea sardista congiunta indissolubilmente all’idea progressista della società sarda.
Le prospettive per il Pd
Cominciamo dal ballottaggio: non sarà facile recuperare una forbice così lunga e appuntita come quella che le urne ci presentano. Una forbice che Farris tiene in mano, puntata su di noi. Molto dipenderà dalle scelte di Massidda (neutrale, disimpegnato o convergente sul Pdl?), dalla base di sinistra che ha votato Idv in funzione anti – Milia, dagli astenuti pentiti che invece al ballottaggio, dove il voto sarà caratterizzato da una dose ideologica (bianco – nero, destra – sinistra), potrebbero fare la cosa giusta e timbrare la scheda.
Ma l’esito sarà fortemente condizionato anche dalla capacità di Milia di emozionare. Di offrire una ragione concreta agli elettori per convincerli a lasciarlo alla guida di piazza Palazzo. E su questo terreno non è facile giocarsela: al di là della forbice, Farris rappresenta il nuovo nell’immaginario collettivo, Graziano il già visto. Dunque, la nostra salvezza è il lavoro capillare, estenuante sui territori in questi quindici giorni.
Verso le elezioni di Cagliari 2011
La vittoria o la sconfitta di Milia non è un elemento secondario rispetto alle prossime elezioni comunali, quella della primavera 2010 a Cagliari. Ma un’eventuale sconfitta non è in grado di togliere al centrosinistra la possibilità di arrivare al ballottaggio a Cagliari o addirittura di vincere al primo turno. Follie? Non proprio, se ragioniamo un poco. La tensione dentro il Pdl cagliaritano è palpabile, così come gli scontri e le invidie/ambizioni personali in vista di un voto che vale cinque anni (non dieci, Quartu docet). Massimo Fantola preme da anni per avere la garanzia della candidatura: probabilmente si tratta della sua ultima opportunità nelle istituzioni. Ma proprio Massidda, in cambio del via libera a Farris, domanda lo scranno di via Roma.
Non possiamo restare a guardare, non possiamo commettere l’errore: è chiaro che Cagliari e i cagliaritani si conquistano solo con una proposta politica seria, con candidati radicati e conosciuti, con l’apporto di liste civiche: di quartiere e di scopo. Ma sarà necessario anche, da subito, aprire il dialogo con le forze moderate del centro. Quelle alle quali sta stretta la subalternità al Pdl e l’idea berlusconizzata di società. Tutto questo, però, senza un lavoro fatto di presenza in tutti i quartieri, fatto di impegni da prendere a da onorare, non potrà mai avvenire: la vittoria, come la sconfitta, è sempre figlia di cento padri.
Claudio Cugusi
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