Il lascito culturale di Giovanni Lilliu (di Emanuele Sanna)

Il lascito culturale di Giovanni Lilliu Giovanni Lilliu se n'è andato lo stesso giorno che il Capo dello Stato ha reso visita alla Sardegna. Per l'ultimo saluto erano quindi assenti giustificati i vertici istituzionali ma a Barumini idealmente erano presenti tutti i sardi con un sentimento di gratitudine per l'eccezionale contributo che Lilliu ha dato alla conoscenza e alla diffusione nel mondo del patrimonio culturale e storico della nostra isola. Con la sua archeologia militante, la sua passione civile e il suo sardismo senza frontiere Giovanni Lilliu è riuscito a interpretare più di chiunque un sentimento collettivo e una spinta unificante nella nostra comunità regionale. Forse è stato il più sardo del novecento. Orfano di madre all'età di tre anni. Ancora bambino con i suoi amici andava di notte a caccia de is istrias nella collina che custodiva uno dei monumenti protostorici più importanti del mediterraneo.

“Che nelle cose della storia sia presente, qualche volta, un filo rosso di continuità è possibile. Non di rado in me, quando penso a quel nuraghe del mio villaggio, dei miei morti vicini e lontani, sorge un quid sentimentale in cui si mescolano metastoria e scienza, fattura e ragione, destino e scelta, sorte e determinazione”, cosi scriveva molti anni dopo Lilliu nel suo libro “Come ho scoperto Barumini”. Dopo l'infanzia a Barumini e gli studi dai Salesiani a Lanusei Lilliu si laurea a Roma. Per il suo non comune talento viene chiamato a Vienna dove lo attendeva una prestigiosa carriera scientifica. Giovanni però avendo sempre nel cuore la sua Sardegna torna a Cagliari nel 1943. Il suo paese è un campo magnetico irresistibile e li incomincia a raccogliere cocci e pietre (professore de perdas e de taulacciu) perché ha intuito che nelle viscere e nel paesaggio della sua terra si conservano le scaturigini più autentiche della nostra civiltà e della nostra identità collettiva.

Con la sua maturazione professionale si avvicina la grande svolta e il principale evento della sua vita. I ricordi, le emozioni, gli stupori e i misteri della sua infanzia lo riportano nella montagnola de Su Nuraxi, nella casa dei fantasmi de sa musca macedda, nel pozzo de is istrias, dei gufi e delle civette, e tra il 1951 e il 1956 conduce (con un appassionato drappello di collaboratori locali) quella straordinaria campagna di scavi che ha fatto riemergere dal sonno plurisecolare il villaggio nuragico di Barumini. Il valore eccezionale di quella scoperta ha dato a Giovanni Lilliu una grande e meritata autorevolezza scientifica a livello nazionale e internazionale. I suoi lavori, i frutti copiosi delle sue ricerche hanno alimentato una scuola, si sono diffusi nella comunità scientifica, nelle istituzioni culturali, nella coscienza popolare dei sardi, anche perché Lilliu ha scritto e pubblicato incessantemente di archeologia e di storia, di identità, di popoli dominati e mai vinti, di civiltà scomparse che conservano radici con le quali ci possiamo finalmente ricongiungere come uomini e donne moderni e come comunità libere. Con le sue opere e col fermento culturale delle sue idee Lilliu ha inciso nelle fibre più profonde della comunità in cui è nato e ha vissuto, scuotendola da un endemico torpore e da un antico complesso di minorità .

Accanto all’attività scientifico-accademica, Lilliu ha svolto anche un’intensa militanza politica, sin dagli anni universitari romani, nelle fila dell’Azione Cattolica e della Fuci e poi, dopo il rientro cagliaritano del 1943, nella Democrazia Cristiana. Cattolico democratico e antifascista, schierato con la sinistra democristiana, Lilliu è stato consigliere regionale dal 1969 al 1974, consigliere comunale di Cagliari dal 1975 al 1980. Anche in quelle esperienze non ha mai rinunciato ad esprimere nel suo partito e nelle Istituzioni in maniera molto pungente il suo punto di vista critico sui passaggi più deludenti della nostra esperienza autonomistica. Io ho avuto la fortuna di incontrare Lilliu quando facevo le prime esperienze politiche nel Consiglio Comunale di Cagliari. Iniziò allora un rapporto umano e culturale per me straordinariamente fecondo che ha arricchito di stimoli e di preziosi consigli tutte le mie esperienze istituzionali. Restano indelebili i nostri innumerevoli colloqui a Samugheo e durante la mia Presidenza della Assemblea Sarda nella nona Legislatura.

Adesso ci ha lasciato ma quello che ha seminato guiderà l'impegno delle nuove generazioni. Se ci saranno, come è probabile, tentativi postumi e maldestri di imbalsamare Lilliu come “l'ultimo capo tribù nuragico”collocandolo in una nicchia museale io penso che l'antidoto più efficace sia la forza ancora vitale del suo pensiero, la ricchezza, la profondità e la originalità dirompente delle sue opere che nessuno potrà mai imbrigliare o manipolare anche quando susciteranno in futuro e per lungo tempo ricerche, discussioni storiografiche, analisi politiche e culturali. È destino dei grandi uomini e dei grandi pensatori consegnare un patrimonio intellettuale che diventa sorgente di altre ricerche e di analisi critiche. Giovanni Lilliu come gli altri grandi sardi del ’900 - Bellieni e Gramsci, Lussu e Laconi, Cardia e Dettori è diventato una bussola sicura nel cammino ancora travagliato ma comunque inarrestabile che come sardi stiamo facendo per raggiungere il pieno riscatto e la pari dignità del nostro popolo nel contesto istituzionale, politico e culturale della comunità italiana e in quello più ampio della comunità internazionale ed euromediterranea. Caro Giovanni, scavando nel grembo fecondo della nostra terra e osservando le sue ferite e le sue plurisecolari stratificazioni hai fatto riemergere i frammenti sparsi della nostra storia e hai ricostruito il tessuto lacerato della nostra memoria e della nostra identità collettiva.
Di questo soprattutto ti siamo infinitamente grati perché è il frutto più prezioso della tua vita, della tua opera e del tuo sconfinato amore per la nostra terra. (da www.pdsardegna.it)