Quando nel corso della storia hanno avuto una vaga possibilità di coglierla, i sardi hanno rifiutato con freddezza la prospettiva dell’indipendenza: perché dovrebbero iniziare ora ad avvertirne il bisogno? E di quale, poi? Indipendenza economica e culturale o proprio statuale, di sovranità? Autarchica o aperta al mondo?
Nel modesto dibattito politico sardo è piombata una mozione del Psd’Az che fa riapparire il sogno, assai più vagheggiato che praticato. Ora, il punto non è liquidare l’argomento con una scrollata di spalle. Il contrario: discuterne con realismo sincero, partendo dalle condizioni date. Che non sono le migliori per almeno due ragioni. La prima: la sudditanza ai richiami italiani che, nei momenti critici, caratterizza la politica sarda. Tre esempi recenti: 1) il presidente Cappellacci che riceve un signore perché non può sottrarsi alle richieste di un dirigente italiano del Pdl; 2) l’arrivo di Comincioli, missus dominici per i guai del Pdl sardo in coma dopo le provinciali; 3) l’oscuro commissario mandato dal Pd italiano a gestire rovinosamente la disfatta delle regionali 2009. L’altro elemento: la nostra Isola è totalmente dipendente dall’Italia, dall’Europa e dal mercato globale: importiamo perfino patate da Israele e viviamo di pensioni italiane, non contiamo nulla nell’Europa delle Regioni e le nostre fabbriche vengono chiuse perché così hanno deciso negli Usa. Prima di scoprire l’indipendenza dovremmo trovare il coraggio di essere autonomi. Come gli adolescenti quando vogliono fare i grandi.
Claudio Cugusi
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