Erano in trecento sul ponte delle nave Tirrenia in partenza per Civitavecchia alle 18. Ancora una volta per urlare con forza il no alla chiusura dell’Alcoa, la fabbrica d’alluminio a Portovesme. I caschi sbattono sul ferro delle passerelle, tra fischi e il coro del loro canto di battaglia “Non molleremo mai”. Il freddo e la pioggia sottile non ferma la protesta delle tute blu, fuori i tir e i passeggeri pronti all’imbarco, qualcuno riesce a salire a bordo ma poi la Questura blocca l’ingresso degli altri per motivi di sicurezza. La trattativa con i dirigenti delle forze dell’ordine fa terminare questo ennesimo blitz alle sette di sera: la nave ha lasciato lo scalo di Cagliari con un’ora e mezzo di ritardo.
Per venerdì assemblea, l’ennesima, nello stabilimento e poi non è esclusa un’altra discesa verso il capoluogo. «Siamo qui per richiamare la massima attenzione sulla nostra vertenza, nessuno si deve dimenticare -dice Rino Barca della Cisl - che noi combattiamo per il nostro posto di lavoro». Franco Bardi della Fiom aggiunge: «Gli impianti devono restare in funzione, questo deve essere chiaro». La proposta arrivata stamattina dal colosso di Pittsburgh va in direzione contraria: entro il primo maggio sul tavolo dell’Alcoa deve arrivare un’offerta seria di acquisto degli impianti. Se le cose vanno bene, l’azienda ritira i licenziamenti e concede tempo fino al 31 luglio per formalizzare la procedura. In caso contrario via libera ai licenziamenti: cassa integrazione con impianti spenti. Intanto però resta la procedura di mobilità. La parola “ammortizzatori sociali” nel vocabolario degli operai Alcoa non esiste: non è da prendere neanche in considerazione, questo è un punto fermo. Sulla scrivania del ministero dello Sviluppo Economico resta sempre l’offerta della multinazionale svizzera Glencore. Che tradotto vuol dire la Portovesme srl il cui amministratore delegato Carlo Lolliri è rimasto invischiato con un avviso di garanzia nell’affaire di favori sessuali e tangenti che ha scosso fino alle fondamenta il piccolo paese di Portoscuso. Poco c’entra con le storie di questi operai che chiedono solo di poter continuare a lavorare in fabbrica. Strategica, anche nel resto d’Italia, per la produzione d’alluminio. È questo il loro punto di forza: l’Alcoa serve, o meglio, dovrebbe essere utile, ma qualcuno, dicono insieme i sindacati, dal governo centrale dovrebbe avere il coraggio di gridarlo e di sbattere i pugni sul tavolo. Ma intanto rimangono i problemi secolari che nel corso degli anni hanno fatto scappare le industrie dal Sulcis. Le più famose sono l’Eurallumina e poi l’Alcoa ma l’elenco diventa ancora più lungo se si contano la Rockwoll, che produceva la lana di roccia, l’Ila, la Carbonsulcis. Una catena infinita che trascina nella disperazione le famiglie degli operai, le piccole imprese dell’indotto e quelle minuscole di artigiani e commercianti. Insomma un territorio intero che rischia la fame: non è un caso che i sindaci della provincia più povera d’Italia abbiamo restituito in prefettura il tricolore. E il presidente della Provincia Tore Cerchi era con loro.
Solo per l’Alcoa a rischio ci sono tremila posti di lavoro, indotto compreso. Euralluminia ne ha lasciato per strada 700, sempre contando anche le imprese esterne. Ma è successo che con la chiusura dell’Eurallumina, l’Alcoa ha dovuto importare il 30% del materiale, aggiungendo un costo che all’anno è schizzato fino a sette milioni di euro in più. Altro nodo fondamentale è l’energia. Ancora Rino Barca, della Cisl: «È inutile, quello che serve è un accordo bilaterale per avere l’energia a prezzi competitivi, da lì non si scappa. Bisogna sederci intorno ad un tavolo per ottenerlo: una volta fatto quello chiunque compri l’Alcoa avrà in mano uno stabilimento competitivo».
Rendere appetibile per le imprese un territorio stremato dalla chiusura delle fabbriche con annessa la disoccupazione che avanza (3600 gli ultimi dati) sembra una missione impossibile. Eppure ci sono fondi bloccati, milioni di euro che restano appesi a delibere non firmate, progetti rimasti solo sulla carta. Li elenca Bruno Usai, altro sindacalista della Fiom: «Ci sono otto milioni di euro fermi per le infrastrutture che avrebbero ridato nuova vita al porto. Sa quanto costa allungare il viaggio di un tir carico d’alluminio perché la nave a Portoscuso non può attraccare? Migliaia di euro, che all’anno diventano milioni. E poi c’è ancora chi si stupisce perché da noi non si investe. E quelle che per anni ci hanno rubato l’aria e la terra fuggono a gambe levate». Intanto i caschi continuano a picchiare, gli operai chiedono ancora una volta di poter restare nella loro fabbrica. Il tempo passa, i 75 giorni di tempo lasciati dall’Alcoa ormai sono diventati poco più di 40. E un intero territorio rischia di perdersi nella fame e nella disperazione. «Non abbiamo più niente da perdere - dice un operaio col volto coperto, forse non l’hanno ancora capito».
(Francesca Ortalli Sardegna Quotidiano p.2)