Se un articolo si potesse suonare invece che scrivere, se potesse essere sentito invece che letto, questo sarebbe mare, vento, chiacchiere e silenzio, rumoroso silenzio. La prima cosa che colpisce attraccando al molo di Cala Reale all'Asinara, sono i suoni di un isola che era inaccessibile agli stessi sardi fino a poco tempo fa. Un prolungamento di Sardegna, verso nord, prima che diventi altra terra, altra isola, altro stato, Corsica. Isola di un isola, il carcere galleggiante di una regione che è stata confine e luogo di condanna e emarginazione. Ce l'hanno strappata e sfruttata per decenni. Ci hanno chiuso i terroristi, i banditi, i criminali più pericolosi. Cinque carceri e due colonie in mezzo al nulla. E forse, era proprio questo nulla, a spaventare di più i condannati appena sbarcati. Passava prima da questo vuoto la loro punizione, il loro contrappasso, poi dalle celle piccole e umide. Si sono voluti mobilitare proprio in questa terra, i nostri naufraghi. Quelli che non sono famosi e non volevano diventarlo. Quelli che avrebbero preferito non incontrare giornalisti, telecamere, microfoni per tutta la loro vita. Persone normali che chiedono un'esistenza normale. Nostri naufraghi, va detto con orgoglio. Perché per secoli il sardo è stato identificato come un popolo destinato alla sottomissione. Facilmente conquistabile ma perennemente selvaggio. Oggi, invece, nel 2010, la storia della lotta operaia non è partita dalle nebbiose fabbriche del triangolo industriale. Ebbene non è passata per la Padania. Nessuna Lega Nord a guidare i cortei. La storia siamo noi avrebbe detto De Gregori. È quest'isola delle vacanze, lontana pochi chilometri dal Billionaire. Chi sa come parla di noi, il mondo? Quello che sta inviando i suoi freelance per fotografare e scrivere di una protesta che sfida i tempi, i reality show. Oggi che sta imparando a conoscerci, grazie ai voli low cost che portano centinaia di turisti. Chi sa cosa dirà di questi sardi ormai italiani, ormai stufi di accettare chi viene, sfrutta e poi riparte, chi inquina, si approfitta delle speranze dei giovani, che grazie a un posto di lavoro sicuro, hanno costruito un progetto di vita. Mentre i cassintegrati più famosi del pianeta si sono presi le celle degli ex detenuti più pericolosi d'Italia, grazie alla loro protesta, oggi, sembra che la Sardegna si sia ripresa la sua Asinara, i suoi asinelli bianchi, le Ferule che spuntano fiere, sole e alte su tutte le valli. Hanno semplicemente reso visibile all'opinione pubblica una condizione di solitudine e condanna che è di tutti gli operai in cassa integrazione. Un mondo che cambia il modo di produrre e di inquinare, ma che scorda sempre di tutelare, anche oggi che si sono conquistati i diritti, i più deboli della catena di montaggio. Questi ultimi oggi, si sono messi dietro alle sbarre dove ieri venivano rinchiusi banditi come Mesina e Boe. Colpevoli di essere uomini e donne, lavoratori negli anni sbagliati di una grande crisi che a nostre spese, abbiamo finalmente capito, non è stata solo finanziaria. I ricchi sono rimasti ricchi e agli operai neanche di restare tali è stato concesso. Questo sarebbe l'occidente. Questa sarebbe l'Europa dopo le conquiste sociali. Questa sarebbe l'Italia del 2010. Governi di destra e di sinistra che non rilanciano l'economia, rattoppano i mali. Affrontano stanchi e deboli le emergenze. Ecco, di articoli sull'isola dei cassintegrati, in questi più di 50 giorni, se ne sono scritti tanti. Si sono visti i programmi alla televisione, ascoltate le interviste alla radio. Si è fatta retorica, cronaca, diario di un diario che scrivono loro stessi che esce ogni giorno su La Nuova Sardegna. Su di loro si sa tutto grazie a Facebook, a internet, a tutti coloro che condividono foto, messaggi, link. Siamo stati tutti reporter. Ma chi davvero saprà qualcosa di loro, di questa lotta, di questi mesi che verranno ricordati nei libri di storia, se la storia verrà scritta da chi ne coglierà il significato profondo, sono coloro avranno avuto la voglia di andare lì. Un'ora e mezza di traghetto Porto Torres- Cala Reale, tre ore di auto da Cagliari, se vivi nel capoluogo, per vedere le loro facce, i loro sorrisi, il loro entusiasmo. C'è chi si è permesso di dire che erano in vacanza solo perché cercano di essere allegri e ottimisti. Solo perché non accolgono le telecamere piangendo. È un Italia strana questa. Un Italia che lacrima sulle proprie disgrazie, che non si rimbocca le maniche. Non crede nelle proprie potenzialità. Un paese depresso, arreso. La nostra Sardegna andrà a votare a fine maggio per rinnovare le sue province, quelle che dovevano essere tolte e invece magicamente alcuni anni fa sono diventate otto. E nessun partito ha parlato di quello che vorrà fare per amore di questa regione che per molti di noi è una patria. Si è discusso di candidati. Di chi sarà il leader scordando che la leadership non si dà. Non si ruba. Si conquista con la fiducia. Sono passati tutti per quel mare. Maggioranza e opposizione, la Chiesa, quella radicata nel territorio, quella sana, come don Paolo, vescovo di Sassari, che porta i messaggi di solidarietà del Papa. I sindacati che sono stati spettatori e non protagonisti. I cittadini qualunque. E tutti loro, non fanno che ripeterlo, non si sono sentiti soli neppure un istante. Ringraziano il governatore Cappellacci perché è andato senza telecamere a trovarli tante volte, le personalità di spicco, le persone comuni. Tante scolaresche. Tantissimi giornalisti, alcuni professionisti, pagati, dipendenti della notizia che hanno timbrato il cartellino. Altri alla ricerca di una sensazione, precari, collaboratori invisibili che gratis o con un piccolo rimborso spese, hanno macinato chilometri. Giovani che volevano esserci e scrivere a modo loro di questi uomini e di queste fidanzate, mogli, sorelle e madri. Perché non si può parlare di persone stando chiusi in una redazione. Si può fare cronaca usa e getta. Ma per capire, per saper raccontare, bisogna esserci stati. Perché la faccia di Marco che ha 31 anni e giocava a basket in serie C, stipendiato, e che ha mollato il suo sport e un'entrata economica per concentrarsi di più nel suo lavoro, per farsi una famiglia, va vista. Va visto mentre ride della beffa “Ora non mi pagano più per giocare e non mi paga più neppure la Vinyls”. Vanno guardati i suoi occhi che subito dopo smettono di sorridere. Il suo modo di poggiarsi alla panca, stanco, mentre ti racconta come trascorre le giornate, come si allena. Stanco non dei chilometri che ha corso, stanco di due mesi da naufrago, in un isola in cui non esistono le nomination. Ma solo determinazione. La certezza che non si molla mai quando si parla di lavoro. Vanno visti gli occhi di Claudio. Quando scherza con Giovanni, quando gioca a pallone con Michele. Vanno ammirati i loro 20 anni. Questa gioventù che non è meno in gamba di quella del 68. Quando è proprio lì, davanti a te, che racconta cosa vuole dire essere operai oggi. Qual'è il suo lavoro. Che deve controllare un impianto per 8 ore. Poi usa termini tecnici, nozioni di chimica e ti senti profondamente ignorante perché non conosci affatto quello che ti dice. Ma fai di sì con la testa perché lui si sforza di essere il più chiaro possibile, e tu non puoi e non vuoi deluderlo. Poi si ride assieme, si parla di cose normali, della vita di tutti i giorni, quando non si deve essere eroi. Si beve il caffè, loro aspettano di tornare in fabbrica, tu di scrivere qualcosa che non si è ancora scritto. Così fai un resoconto delle loro giornate. Della vita nell'isola e di quella che è continuata fuori. Ma durante queste settimane si fa un cosa che non è stata detta da nessuno. Lo ricorda Argentino Tellini, che è uno dei portavoce della protesta, ex mezz'ala della primavera del Cagliari a fine anni 70, operaio da 25. Si cresce. Si matura, giovani e anziani. Si impara a parlare di speranze, sogni, diritti. Davanti a una telecamera anche se hai 23 anni e sei timido di carattere. Si diventa uomini. Lavoratori che non tollereranno più, da ora in poi, di essere presi in giro da un sistema economico che non tiene conto delle persone. E poi le donne di questa protesta, le loro traversate su un traghetto lento e scomodo quasi tutti i giorni, che sono protagoniste della vertenza. E ancora tu, sei lì, con un taccuino in mano, che puoi anche buttare via. Ti accorgi non serve a nulla. Ascolti e osservi. Perché oggi, che si è scritto tutto, è importante raccontare quello che, quando torni a casa, ti è rimasto stampato nel cuore. Vorresti semplicemente che chi arriverà a leggere le tue parole, non quelle risicate di una rassegna stampa, di un articoletto di cronaca, non di una frase a effetto “da profilo Facebook”, abbia la voglia di andare a trovare questi ragazzi. Ragazzi anche se sono i sessantenni pensionati, operai di una volta, padri che andati in mobilità molti anni prima per fare entrare il figlio che studiava all'università, ma che poi ha scelto la sicurezza di uno stipendio fisso e ora dopo appena pochi anni di lavoro già rischia la disoccupazione. Perché la gioventù passa da quello che fai non dagli anni che ci sono scritti sulla carta d'identità. Ecco, era tutta lì questa gioventù, questa consapevolezza di se. Loro sanno perfettamente quello che fanno, quello che vogliono, non hanno bisogno di intermediari, si sono ripresi il loro futuro e di bandiere dentro il carcere non ce ne sono, né sindacali, né politiche. È un'isola di eroi, te lo ricordi quando passeggi per il paesello di pastori non lontano dal carcere. Vicino alla chiesa c'è una casa abbandonata color ruggine. Fu la residenza bunker, rifugio, nascondiglio di due uomini che assieme alle loro famiglie hanno creduto fino alla fine in quello che facevano, e con una lucidità agghiacciante, anche quando erano certi di essere “morti che camminano” non hanno smesso di ripetere che “Gli uomini passano ma gli ideali restano e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Sono figli anche di quel coraggio e di quella straordinaria forza che è stata di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, che è di tutti coloro sanno di essere dalla parte del giusto. 16:30, è ora di scendere al porto. Gianni, che passa le giornate a trasportare gli ospiti che sfilano in questa magica isola, ti accompagna al traghetto. Quando ti stringe la mano ti sembra di lasciare degli amici. E un miracolo si è compiuto. Ora sei anche tu parte di questa protesta, qualunque lavoro fai, qualunque partito voti, in qualunque provincia vivi. Questa è l'isola dei cassintegrati, nessuna retorica, nessuna storiella strappa lacrime. Sono uomini che vanno incontrati, con cui è importane parlare. E non solo della loro fabbrica che chiude, non dei pochi soldi potranno ricevere nel caso si apra la liquidità. Per capire il significato della prigione in cui vivono, va condivisa con loro una lotta- simbolo che è la speranza di una Sardegna migliore fatta di sardi migliori. Claudia Sarritzu
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