In galera ha imparato a rinfrescare l'acqua. Procedura elementare: prendere una bottiglia, avvolgerla in una calza bagnata (va benissimo anche una maglietta) ed esporla alla corrente d'aria, insomma nella rotta tra le inferriate e lo spioncino della porta. Guarnire col maestrale.
Deve avere nostalgia, Giancarlo Acciaro. Sedici anni dopo un passaggio in prigione ha scelto un ufficio che non è molto più grande della cella dove ha trascorso, da innocente, cinquantasette giorni della sua vita. Periferia di Sassari, capannone industriale fatto apposta per gli spifferi gelidi del vento di marzo. Lui, giacca e cravatta, stemmino del Rotary all'occhiello, porta 58 anni senza aria afflitta. Anzi. «Ho usato la testa, non mi sono fatto prendere dal panico».
Quando sono venuti a casa per arrestarlo (maggio 1994), era consigliere comunale e segretario regionale sardista. Il Corriere della Sera lo aveva inserito ironicamente in un servizio sui magnifici dieci d'Italia, la hit parade dei tangentari. Si partiva dal capositipite, il mariuolo Mario Chiesa, fino a questo sardo rampante, potente, ex deputato, ex assessore, ex tutto. Per portarlo a San Sebastiano hanno mobilitato quarantotto uomini, chiuso al traffico la strada dove abitava con moglie e figlio, assediato i palazzi vicini. Il capitano della Finanza che gli ha comunicato l'ordine di custodia cautelare era lo stesso che, quando stava nella commissione parlamentare antimafia, gli recapitava a domicilio i report ultra-riservati sulla peggio criminalità organizzata.
Il procuratore capo, previa telefonata, gli ha risparmiato l'onta delle manette. E lui, in uscita senza neppure un corredino d'ordinanza, ha rasserenato i suoi come nei film americani: «Ci vediamo a cena».
Per l'accusa, era considerato il collettore di una maxi-tangente da un miliardo e mezzo di lire da spartire con cinque imprenditori che avevano gelatinato - in esecuzione del medesimo disegno criminoso, come dice il vocabolario dei Pm - per far lievitare il prezzo della strada che unisce Castelsardo a Santa Teresa di Gallura. A differenza d'un segretario socialista locale che aveva intascato una bustarella e rilasciato regolare ricevuta, nel suo caso non c'erano prove. Forse nemmeno indizi. Per farla breve: al processo, celebrato sette anni dopo l'arresto, il pubblico ministero ha chiesto l'assoluzione. E assoluzione è stata perché il fatto non sussiste . Lo Stato ha pagato un risarcimento di duecento milioni per ingiusta detenzione. «Soldi che mi sono serviti per saldare le parcelle dei miei avvocati».
Insieme al fratello, Acciaro governa un'azienda di spedizioni ereditata dal padre: quaranta dipendenti, cinque milioni di fatturato. Dopo, come dire?, l'incidente, è letteralmente scappato dalla politica. Colpa di una sequenza che gli torna ogni tanto in mente mentre sfumacchia una delle sue sessanta sigarette giornaliere: «Prima ho ricevuto un avviso di garanzia. Ed ero a dir poco sorpreso. Comunque passerà, mi sono detto». Errore: dieci giorni dopo, eletto fresco fresco segretario del Psd'Az, ha bussato il terremoto: toc toc, polizia. Ci segua. Impronte, metta un dito qui: ecco, bravo. Foto di fronte e di profilo. Via orologio e portafoglio, cintura e stringhe. «La cella era due e mezzo per tre: una branda, un piccolo scrittoio e un cesso alla turca. Fine».
Se l'aspettava?
«Fino al momento dell'arresto non sono mai stato interrogato. Dunque, non potevo aspettarmi nulla. Nel resto d'Italia c'era l'atmosfera cupa di Tangentopoli. Si vede che serviva carne da cannone anche in provincia».
E lei?
«Dietro la porta idraulica del carcere, c'erano la direttrice e il comandante delle guardie di custodia. L'una e l'altro mie vecchie conoscenze: insieme al ministro di Grazia e giustizia Vincenzo Conso avevo l'abitudine di fare visite non annunciate nella veste di deputato».
Chissà che tensione.
«"Onorevole, lei non ci avverte mai", mi fa la direttrice pensando alla solita incursione. Sono in veste di cliente, rettifico e, a quel punto, leggo l'imbarazzo negli occhi di tutti. Un attimo dopo cambia rito e scenario. Mi state trattando da delinquente, commento. Spiacenti, sono le regole, mi rispondono».
Disperazione?
«Non ne avevo. Sono rimasto incredulo fino all'arrivo nell'ufficio-matricola del carcere. Tra un dato anagrafico e l'altro mi chiedono anche: religione? E io, molto compreso nel ruolo, rispondo con una domanda: in cosa vuole che creda?, in niente. Sul registro hanno scritto ateo e questo mi ha impedito di andare a messa per un mese».
Non sarà stata solo la messa a mancarle.
«Ho un carattere forte e non mi sono fatto travolgere. Grandissimo l'aiuto della famiglia ma quando il difensore mi ha detto che avrei potuto averne per sei mesi, ho fatto un corso accelerato di addestramento mentale per non uscire di testa».
Pianti, tentazioni di suicidio?
«Nulla di tutto questo. Posso solo dire che gli ultimi giorni prima di tornare in libertà sono stati i più lunghi della mia vita».
In cella sempre solo?
«Una sola notte, colpa del sovraffollamento, m'hanno sistemato insieme a un professore che parlava, scriveva e parlava. Non ha smesso un attimo. Io, in ogni caso, avevo fatto la scelta psicologica di resistere: e dunque non lo ascoltavo. Ogni tanto, dalla branda, facevo sì con la testa».
Il processo.
«Hanno aspettato il Duemila a celebrarlo e per un pelo non finiva tutto in prescrizione. Il clima era quello delle grandi occasioni, gli amici veri vicinissimi, altri scomparsi. In fin dei conti, non ero che uno dei tanti politici ladri da mettere alla gogna».
Il fatto che sia stato assolto dimostra che la giustizia funziona.
«No, non funziona se ci impiega sette anni per comunicarmelo. Fosse passata la prescrizione, nessuno mi avrebbe tolto di dosso l'ombra della colpa».
L'inchiesta giudiziaria era una montatura o aveva ragion d'essere?
«Era un'invenzione, una bolla di sapone. Mi hanno arrestato nel 1994 per fatti che risalivano al 1988 senza mai chiedermi nulla. La verità è che serviva un pezzo grosso da mettere al forno e io avevo la taglia giusta. Non ero pericoloso e facevo rumore quanto basta per finire, insieme a chi mi ha messo dentro, su tutti i giornali».
Hanno chiesto scusa, dopo?
«No, niente scuse. Le scuse sono tutte in sentenza: il fatto non sussiste. Il mio caso, tra l'altro, non era affatto isolato».
Cioè?
«A parte quello che ha preso la tangente e rilasciato scontrino, i processi della stagione sassarese di Tangentopoli sono stati un colossale flop».
Si è dimesso da tutti gli incarichi.
«Cossiga mi ha fatto arrivare un messaggio: non dimetterti. Ma io ritenevo che un indagato, sia pure innocente, dovesse fare un passo indietro. Soltanto più tardi, molto più tardi, ho pensato che un'inchiesta giudiziaria può servire anche soltanto a farti fuori politicamente».
Com'è cambiata la sua testa?
«Mi sono buttato sul lavoro e sui ricordi della politica: la marcia contro gli americani a La Maddalena, l'inserimento nelle liste della Lega per poter entrare in Parlamento, le battaglie sardiste per l'indipendenza».
Curiosità: un sardista può essere di destra?
«Non essendoci oggi alcuna differenza tra centrodestra e centrosinistra, direi proprio di sì. È solo uno scambio di poltrone».
Ha detto: resto sardista ma non credo più nella politica.
«La nostra legge elettorale calpesta la volontà del popolo e porta in Parlamento candidati scelti e voluti dai partiti. È morto il primato della politica, ecco il problema. Escort, trans, scandali e corruzione da grandi eventi sono la foto di gruppo della nuova classe dirigente, distante anni luce dalla gente e dai suoi bisogni. Si vede ogni giorno».
Si vede, cosa?
«Che la politica naviga a vista, sopravvive a colpi di decreti legge, voto di fiducia e interpretazioni di norme che di interpretazione non hanno bisogno».
Fondamentalista del garantismo?
«La custodia cautelare in certi casi è un sequestro di persona. Spaventoso che a farlo sia lo Stato. Un presunto innocente non può essere trattato da presunto colpevole».
Sta per dirci che Berlusconi è un martire, un perseguitato?
«Politicamente, Berlusconi è di sicuro un perseguitato. La mancanza di ideologie scatena guerre personali, feroci rese dei conti. Martire? Mah, Berlusconi è anche questo. I presupposti di un'inchiesta giudiziaria possono perdere lungostrada l'obiettivo principale, ossia l'accertamento della verità. E diventare un'altra cosa».
Ma il premier fa parte del circo della politica o ne è estraneo?
«Ha certamente idee ma non sono condivisibili le forme che sceglie per portarle avanti. Il caso Protezione civile, con la concessione di poteri illimitati ed extra legem, è scandaloso, inammissibile».
Come categoria sociale, la cricca esiste davvero o è il delirio di giudici assatanati?
«Sono tornati i nani. I nani e le ballerine dell'ultimissima generazione. Arroganti e prepotenti che, non essendo stati eletti dal popolo ma dalle segreterie dei partiti, credono d'essere padreterni. Stanno assassinando la democrazia».
In che modo?
«La prova più lampante è nella politica che scende in piazza. La politica, che io sappia, si fa in Parlamento e non in corteo coi lavoratori in lotta. Il nostro presidente, Ugo Cappellacci, vorrei vederlo dentro palazzo Chigi a trattare e non fuori, sotto lo striscione dell'Alcoa».
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«Sta finendo, se non ci mettiamo rimedio. Subito».
(giorgio pisano - unione sarda)
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