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Un sottile bastone da montagna, omaggio di Paolo Hendel, lo aiuta a camminare con passo deciso tra le stradine di San Sperate. La vista lo ha quasi del tutto abbandonato ma riesce a parlarne come d'un acciacco qualunque dell'età. Semmai, lo fanno infuriare «quei ristoranti dove se non mangi al buio non è chic. Insopportabili. Io ho bisogno di luce, della luce d'uno studio televisivo».
Nel paese di Cuncambias , festival di cultura popolare, Sergio Staino va lento: il pomeriggio è asfissiante, senz'aria. Capelli lunghi e candidi, barba retrò in memoria d'una stagione felice, ha settant'anni. Ogni tanto sfila gli scurissimi occhiali da sole e mostra uno sguardo che non smette di cercare. Originario di Scandicci (natìo borgo selvaggio d'un'altra celebrità: il mostro di Firenze), Staino è laureato in architettura. Per un po' ha insegnato, poi ha seguito la passione che gli bruciava dentro: disegnare. Due figli, una parlata senza spigoli, è la bandiera d'una sinistra popolare e paziente, rigorosa e ironica.
Più di trent'anni fa ha battezzato «l'autocaricatura di me stesso», vale a dire Bobo, comunista quieto (pure lui con due figli) e cervello a ciclo continuo. Centinaia di vignette lo hanno reso famoso, è diventato oggetto di studio, argomento di dibattito. Ancora oggi, dalle colonne del Corriere della Sera e dell'Unità, folgora l'attualità in una battuta. Bobo è un cocktail di fede militante, tenerezza e disincanto. Spara anche in casa propria, su compagni illustrissimi e permalosissimi, ed è fuoco amico devastante.
Ogni tanto scatena scandalo e indignazione. L'ultima volta è stato all'indomani della sciagura aerea dove ha perso la vita la nomenklatura polacca. Vignetta: Bobo dà la notizia a sua figlia Ilaria e quella candidamente commenta: a chi troppo e a chi niente. Vogliono Berlusconi morto , ha tuonato a tutta pagina il quotidiano di famiglia del premier seguendo la solita formula: criticarne uno per ammazzarne cento. Stampa e manganello. Tutto già visto.
Pochi sanno che c'è anche una prima versione di quella vignetta con Ilaria che dice: se i polacchi avevano bisogno di un miracolo per far santo Wojtyla, adesso ce l'hanno.
Staino non si parla addosso: ha vinto molti premi, scritto sceneggiature cinematografiche e libri per bambini, collaborato con vignettisti calibro 12 ma evita la beatificazione fai-da-te. Tango, settimanale satirico degli anni '80, è stato sicuramente il suo capolavoro: ancora oggi circolano battute d'allora. «Bella esperienza», liquida lui senza cincischiarci sopra.
Se Mogol s'offende ad essere chiamato paroliere («scusi, io la chiamo scribacchino anziché giornalista? Allora mi faccia il piacere: io sono un autore e non un paroliere»), Sergio Staino preferisce essere definito vignettista e non disegnatore. «È più regale, più popolare, più vero. Mogol ha comunque qualche ragione: gente come lui che scrive canzoni o quelli come me sono considerati letteratura di serie B, figliastri di una cultura minore. Credo ci sia molta invidia in questo giudizio».
Prima di atterrare a San Sperate per il festival, Staino è passato all'Asinara per incontrare i cassintegrati della Vinyls, sul posto da quasi sei mesi. Sono molti gli intellettuali (di sinistra, naturalmente) che vanno in pellegrinaggio all'Asinara.
Sta diventando una specie di visita al Milite Ignoto, no?
«No. Ci sono stati Dario Vergassola e Susanna Camusso della Cgil. Punto. Non mi pare ci sia ressa d'omaggi alla classe operaia».
La vignetta può valere un editoriale?
«Qualche volta, non sempre. Certo, deve avere una sintesi magica ma non è mai un saggio o un'articolessa da esperto. Secondo me, deve avere un tocco di irrazionale, mostrare ciò che la ragione non riesce sempre a cogliere al volo».
Minacce?
«Di sponda: minacciano i direttori dei giornali, non me. Solo in occasione della cosiddetta vignetta polacca ho ricevuto sulla e-mail tre giorni di insulti insieme a qualche rarissimo complimento. Ho risposto a tutti».
Davvero?
«Trovavo giusto spiegare la metafora: non ho augurato la morte di nessuno, dunque mi premeva chiarire. Non sono riuscito ad arrabbiarmi neanche davanti a minacce pesanti, anzi mi sono commosso all'idea che qualcuno volesse farmi conoscere la sua opinione, sia pure violenta. Ho risposto a tutti con gentilezza. Credo d'aver fatto pace col 90 per cento di quelli che mi hanno scritto. E in più, una sorpresa».
Cioè?
«Uno dei tanti, dei tanti che mi insultavano, è rimasto senza parole semplicemente perché gli ho risposto: da anni scriveva lettere indignate a giornalisti più o meno famosi e mai nessuno lo aveva degnato d'un cenno di vita».
Querele.
«Una da Tognoli, quand'era sindaco socialista di Milano. È sceso in campo il vertice del Pci per fargliela ritirare. Poi ce n'è stata un'altra, dolorosissima. Le operaie d'una azienda Max Mara erano in sciopero da settimane per conquistare i diritti più elementari, come quello di poter andare in bagno durante l'orario di lavoro. Manco a farlo apposta proprio allora il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, nomina cavaliere il proprietario di quella fabbrica e, in una vignetta, la solita Ilaria chiede al padre: ma come ha fatto il nostro amato Pertini a fare cavaliere una carogna?»
Pesante.
«Sì, anche se in toscano carogna non ha un significato così estremo. L'ho spiegato ai giudici quando m'hanno interrogato durante il processo. Il padrone di Max Mara mi chiedeva cento milioni di lire, una cifra talmente enorme che non avrei saputo nemmeno scriverla. Sapete com'è finita? Assolto perché il fatto non costituisce reato».
Censure.
«Più che censure, imbarazzi. Ai tempi della vecchia Unità. Era la stagione dell'odio verso Craxi e Bobo sogna di incontrare Antonio Gramsci alla fondazione del partito comunista italiano, nel 1921 a Livorno. Al suo amico Molotov riferisce poi che Gramsci ha sconsigliato lo scontro: coi socialisti bisogna allearsi, fare fronte comune e non litigare. Molotov ascolta il resoconto del sogno, ci pensa un po' e sbotta: sei sicuro che fosse Gramsci e non Giorgio Napolitano?»
Mica si sbagliava.
«Vallo a spiegare al direttore dell'Unità, Emanuele Macaluso, amico fraterno di Napolitano. In piena disperazione, mi aveva proposto addirittura di mettere il suo nome al posto di quello di Napolitano. Sì e no, no e sì, alla fine ha ceduto. Il giorno dopo sembrava un funerale di terza classe».
Autocensure.
«Molto più frequenti e molto più pericolose delle censure. Per cercare di resistere, quando feci Tango volli al mio fianco un simpatizzante radicale come Vincino e Andrea Pazienza, che era contiguo ad Autonomia operaia. Dovevano essere i miei anticorpi contro l'autocensura. Bisogna pubblicare tutto e sempre. Aveva ragione Gramsci a dire che la verità è rivoluzionaria».
C'è una vignetta di cui s'è pentito?
«Se c'è non me ne ricordo. Neppure quella polacca, per capirci, mi ha fatto pentire».
Vignettisti italiani: quanti sono in giacchetta da cameriere?
«L'unico è Giorgio Forattini. Che lo fa in modo dichiarato e lampante. Si è sempre creduto il principe della categoria. Penso d'essere l'unico collega col quale ha accettato di scambiare opinioni e perfino condiviso qualche mostra. Le sue vignette non mettono mai in crisi il potere».
Poi ci sono quelli, anzi quelle, come Ellekappa, che non rilasciano interviste: sindrome di Dio?
«Nel caso di Ellekappa, cioè Laura Pellegrini, è solo insicurezza. Si riempie di pasticche che la tranquillizzano, lavora tutto il giorno e quando, la sera, il marito rientra gli sottopone quattro o cinque vignette. È il solo di cui si fida. La sua è semplicemente timidezza. A differenza di altri non crede di essere Dio».
Altri, chi?
«Chi si fa prendere ogni tanto da delirio d'onnipotenza è Vauro. Gli capita di fare vignette che non sono vignette ma proclami fondamentalisti. A mio parere, la vignetta deve lasciare margine all'immaginazione e coltivare il dubbio. Sempre».
C'è qualcuno che non è mai riuscito a colpire?
«Non credo, li faccio tutti. Nessuno escluso».
Renato Soru, editore dell'Unità, non la ispira?
«No, lo conosco poco e tra l'altro non appare di continuo sulla scena nazionale».
Il più facile?
«Massimo D'Alema. Ho un rapporto di odio-amore con lui. Passiamo da un'amicizia tenera a incazzature ciclopiche: sono convinto che molti guai della sinistra portino la sua firma. Un altro facilissimo da fare è Silvio Berlusconi: spara cazzate talmente grosse che finisce per rubarti il mestiere».
Il padre di Staino è partito in guerra due giorni dopo la sua nascita. Sergio l'ha rivisto cinque anni più tardi, a liberazione avvenuta. In tutto quel tempo ha vissuto con la madre in un paesino dove non avevano amici o parenti. «Avevo la mamma tutta per me, privilegio impagabile». Da piccolissimo ha sentito il bisogno di prendere una matita in mano. Ricopiava principesse e fate dai libri di favole. «È stato il mio rodaggio». Il disegno lo ha segnato: per tutta la vita. Racconta che non potrebbe farne a meno, che gli serve nei momenti di dolore e in quelli di gioia, nei momenti di paura e in quelli di rabbia. «Il disegno è stata la mia via di fuga, lo spazio onirico dove ho trascorso i momenti più belli». Impossibile separarsi dalla matita, anche se aveva messo in conto che prima o poi doveva succedere: non si può sognare per sempre. Figurarsi lo stupore e la felicità quando il mensile Linus, nel 1979, non solo ha accettato le sue strisce ma gliele ha pure pagate. «Capite?, mi davano soldi per una cosa che avrei fatto gratis».
Lei è stato Pci, poi Pds e quindi Ds: la prossima?
«Speriamo arrivi presto perché così non si può andare avanti. Un mio caro amico dell'Italia dei Valori, Pancho Pardi, spiega la sua presenza in quel partito dicendo: sono qui provvisoriamente. Ecco, anch'io sono provvisoriamente nei Ds».
Il Pd è opposizione?
«Come collocazione dei seggi in Parlamento, sicuramente sì. Sul piano concreto, altrettanto sicuramente no. È un'opposizione sterile, inefficace. Molti ritengono addirittura ci sia connivenza con la maggioranza. Io non arrivo a pensare questo ma non posso non vedere un'incapacità di fondo, il lavoro politico ridotto a calcolini matematici per la conquista di spazietti infinitesimali, percentuali pediatriche».
Non sarà che il Pd è un partito contro natura?
«Lo ha detto Massimo D'Alema in un momento di lucidità: la fusione tra Margherita e Pds non è riuscita. Bene, chiarito questo, uno che ha un minimo di coerenza si deve dimettere: che ci sta a fare in un partito non-partito?»
Nichi Vendola.
«Lo vedo con molta simpatia. Non come credibile candidato premier ma in ogni caso capace di coagulare inquietudini e speranze del popolo della sinistra. È soprattutto un'alternativa alle vecchie facce: finché D'Alema, Veltroni e gli altri resteranno al timone non ne usciremo».
Non salva nessuno?
«Ho votato Bersani. E ho sbagliato: s'è messo intorno la parte più stanca e burocratica del partito. Mi piacciono Rosy Bindi e Nicola Zingaretti, non mi va bene Franceschini: doveva fare il traghettatore ma poi s'è affezionato alla poltrona».
Vie d'uscita zero?
«Il problema dei problemi non è solo della sinistra. Credo che l'Italia non sarà laica, moderna, con una buona assistenza sanitaria e una scuola di qualità fino a quando manterrà l'attuale rapporto col Vaticano».
Ossia?
«Sono rispettoso di chi crede ma l'ingerenza della Chiesa nella politica italiana è intollerabile, fuori misura, soffocante. Bisogna trovare la forza per dire basta».
Un sottile bastone da montagna, omaggio di Paolo Hendel, lo aiuta a camminare con passo deciso tra le stradine di San Sperate. La vista lo ha quasi del tutto abbandonato ma riesce a parlarne come d'un acciacco qualunque dell'età. Semmai, lo fanno infuriare «quei ristoranti dove se non mangi al buio non è chic. Insopportabili. Io ho bisogno di luce, della luce d'uno studio televisivo».
Nel paese di Cuncambias , festival di cultura popolare, Sergio Staino va lento: il pomeriggio è asfissiante, senz'aria. Capelli lunghi e candidi, barba retrò in memoria d'una stagione felice, ha settant'anni. Ogni tanto sfila gli scurissimi occhiali da sole e mostra uno sguardo che non smette di cercare. Originario di Scandicci (natìo borgo selvaggio d'un'altra celebrità: il mostro di Firenze), Staino è laureato in architettura. Per un po' ha insegnato, poi ha seguito la passione che gli bruciava dentro: disegnare. Due figli, una parlata senza spigoli, è la bandiera d'una sinistra popolare e paziente, rigorosa e ironica.
Più di trent'anni fa ha battezzato «l'autocaricatura di me stesso», vale a dire Bobo, comunista quieto (pure lui con due figli) e cervello a ciclo continuo. Centinaia di vignette lo hanno reso famoso, è diventato oggetto di studio, argomento di dibattito. Ancora oggi, dalle colonne del Corriere della Sera e dell'Unità, folgora l'attualità in una battuta. Bobo è un cocktail di fede militante, tenerezza e disincanto. Spara anche in casa propria, su compagni illustrissimi e permalosissimi, ed è fuoco amico devastante.
Ogni tanto scatena scandalo e indignazione. L'ultima volta è stato all'indomani della sciagura aerea dove ha perso la vita la nomenklatura polacca. Vignetta: Bobo dà la notizia a sua figlia Ilaria e quella candidamente commenta: a chi troppo e a chi niente. Vogliono Berlusconi morto , ha tuonato a tutta pagina il quotidiano di famiglia del premier seguendo la solita formula: criticarne uno per ammazzarne cento. Stampa e manganello. Tutto già visto.
Pochi sanno che c'è anche una prima versione di quella vignetta con Ilaria che dice: se i polacchi avevano bisogno di un miracolo per far santo Wojtyla, adesso ce l'hanno.
Staino non si parla addosso: ha vinto molti premi, scritto sceneggiature cinematografiche e libri per bambini, collaborato con vignettisti calibro 12 ma evita la beatificazione fai-da-te. Tango, settimanale satirico degli anni '80, è stato sicuramente il suo capolavoro: ancora oggi circolano battute d'allora. «Bella esperienza», liquida lui senza cincischiarci sopra.
Se Mogol s'offende ad essere chiamato paroliere («scusi, io la chiamo scribacchino anziché giornalista? Allora mi faccia il piacere: io sono un autore e non un paroliere»), Sergio Staino preferisce essere definito vignettista e non disegnatore. «È più regale, più popolare, più vero. Mogol ha comunque qualche ragione: gente come lui che scrive canzoni o quelli come me sono considerati letteratura di serie B, figliastri di una cultura minore. Credo ci sia molta invidia in questo giudizio».
Prima di atterrare a San Sperate per il festival, Staino è passato all'Asinara per incontrare i cassintegrati della Vinyls, sul posto da quasi sei mesi. Sono molti gli intellettuali (di sinistra, naturalmente) che vanno in pellegrinaggio all'Asinara.
Sta diventando una specie di visita al Milite Ignoto, no?
«No. Ci sono stati Dario Vergassola e Susanna Camusso della Cgil. Punto. Non mi pare ci sia ressa d'omaggi alla classe operaia».
La vignetta può valere un editoriale?
«Qualche volta, non sempre. Certo, deve avere una sintesi magica ma non è mai un saggio o un'articolessa da esperto. Secondo me, deve avere un tocco di irrazionale, mostrare ciò che la ragione non riesce sempre a cogliere al volo».
Minacce?
«Di sponda: minacciano i direttori dei giornali, non me. Solo in occasione della cosiddetta vignetta polacca ho ricevuto sulla e-mail tre giorni di insulti insieme a qualche rarissimo complimento. Ho risposto a tutti».
Davvero?
«Trovavo giusto spiegare la metafora: non ho augurato la morte di nessuno, dunque mi premeva chiarire. Non sono riuscito ad arrabbiarmi neanche davanti a minacce pesanti, anzi mi sono commosso all'idea che qualcuno volesse farmi conoscere la sua opinione, sia pure violenta. Ho risposto a tutti con gentilezza. Credo d'aver fatto pace col 90 per cento di quelli che mi hanno scritto. E in più, una sorpresa».
Cioè?
«Uno dei tanti, dei tanti che mi insultavano, è rimasto senza parole semplicemente perché gli ho risposto: da anni scriveva lettere indignate a giornalisti più o meno famosi e mai nessuno lo aveva degnato d'un cenno di vita».
Querele.
«Una da Tognoli, quand'era sindaco socialista di Milano. È sceso in campo il vertice del Pci per fargliela ritirare. Poi ce n'è stata un'altra, dolorosissima. Le operaie d'una azienda Max Mara erano in sciopero da settimane per conquistare i diritti più elementari, come quello di poter andare in bagno durante l'orario di lavoro. Manco a farlo apposta proprio allora il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, nomina cavaliere il proprietario di quella fabbrica e, in una vignetta, la solita Ilaria chiede al padre: ma come ha fatto il nostro amato Pertini a fare cavaliere una carogna?»
Pesante.
«Sì, anche se in toscano carogna non ha un significato così estremo. L'ho spiegato ai giudici quando m'hanno interrogato durante il processo. Il padrone di Max Mara mi chiedeva cento milioni di lire, una cifra talmente enorme che non avrei saputo nemmeno scriverla. Sapete com'è finita? Assolto perché il fatto non costituisce reato».
Censure.
«Più che censure, imbarazzi. Ai tempi della vecchia Unità. Era la stagione dell'odio verso Craxi e Bobo sogna di incontrare Antonio Gramsci alla fondazione del partito comunista italiano, nel 1921 a Livorno. Al suo amico Molotov riferisce poi che Gramsci ha sconsigliato lo scontro: coi socialisti bisogna allearsi, fare fronte comune e non litigare. Molotov ascolta il resoconto del sogno, ci pensa un po' e sbotta: sei sicuro che fosse Gramsci e non Giorgio Napolitano?»
Mica si sbagliava.
«Vallo a spiegare al direttore dell'Unità, Emanuele Macaluso, amico fraterno di Napolitano. In piena disperazione, mi aveva proposto addirittura di mettere il suo nome al posto di quello di Napolitano. Sì e no, no e sì, alla fine ha ceduto. Il giorno dopo sembrava un funerale di terza classe».
Autocensure.
«Molto più frequenti e molto più pericolose delle censure. Per cercare di resistere, quando feci Tango volli al mio fianco un simpatizzante radicale come Vincino e Andrea Pazienza, che era contiguo ad Autonomia operaia. Dovevano essere i miei anticorpi contro l'autocensura. Bisogna pubblicare tutto e sempre. Aveva ragione Gramsci a dire che la verità è rivoluzionaria».
C'è una vignetta di cui s'è pentito?
«Se c'è non me ne ricordo. Neppure quella polacca, per capirci, mi ha fatto pentire».
Vignettisti italiani: quanti sono in giacchetta da cameriere?
«L'unico è Giorgio Forattini. Che lo fa in modo dichiarato e lampante. Si è sempre creduto il principe della categoria. Penso d'essere l'unico collega col quale ha accettato di scambiare opinioni e perfino condiviso qualche mostra. Le sue vignette non mettono mai in crisi il potere».
Poi ci sono quelli, anzi quelle, come Ellekappa, che non rilasciano interviste: sindrome di Dio?
«Nel caso di Ellekappa, cioè Laura Pellegrini, è solo insicurezza. Si riempie di pasticche che la tranquillizzano, lavora tutto il giorno e quando, la sera, il marito rientra gli sottopone quattro o cinque vignette. È il solo di cui si fida. La sua è semplicemente timidezza. A differenza di altri non crede di essere Dio».
Altri, chi?
«Chi si fa prendere ogni tanto da delirio d'onnipotenza è Vauro. Gli capita di fare vignette che non sono vignette ma proclami fondamentalisti. A mio parere, la vignetta deve lasciare margine all'immaginazione e coltivare il dubbio. Sempre».
C'è qualcuno che non è mai riuscito a colpire?
«Non credo, li faccio tutti. Nessuno escluso».
Renato Soru, editore dell'Unità, non la ispira?
«No, lo conosco poco e tra l'altro non appare di continuo sulla scena nazionale».
Il più facile?
«Massimo D'Alema. Ho un rapporto di odio-amore con lui. Passiamo da un'amicizia tenera a incazzature ciclopiche: sono convinto che molti guai della sinistra portino la sua firma. Un altro facilissimo da fare è Silvio Berlusconi: spara cazzate talmente grosse che finisce per rubarti il mestiere».
Il padre di Staino è partito in guerra due giorni dopo la sua nascita. Sergio l'ha rivisto cinque anni più tardi, a liberazione avvenuta. In tutto quel tempo ha vissuto con la madre in un paesino dove non avevano amici o parenti. «Avevo la mamma tutta per me, privilegio impagabile». Da piccolissimo ha sentito il bisogno di prendere una matita in mano. Ricopiava principesse e fate dai libri di favole. «È stato il mio rodaggio». Il disegno lo ha segnato: per tutta la vita. Racconta che non potrebbe farne a meno, che gli serve nei momenti di dolore e in quelli di gioia, nei momenti di paura e in quelli di rabbia. «Il disegno è stata la mia via di fuga, lo spazio onirico dove ho trascorso i momenti più belli». Impossibile separarsi dalla matita, anche se aveva messo in conto che prima o poi doveva succedere: non si può sognare per sempre. Figurarsi lo stupore e la felicità quando il mensile Linus, nel 1979, non solo ha accettato le sue strisce ma gliele ha pure pagate. «Capite?, mi davano soldi per una cosa che avrei fatto gratis».
Lei è stato Pci, poi Pds e quindi Ds: la prossima?
«Speriamo arrivi presto perché così non si può andare avanti. Un mio caro amico dell'Italia dei Valori, Pancho Pardi, spiega la sua presenza in quel partito dicendo: sono qui provvisoriamente. Ecco, anch'io sono provvisoriamente nei Ds».
Il Pd è opposizione?
«Come collocazione dei seggi in Parlamento, sicuramente sì. Sul piano concreto, altrettanto sicuramente no. È un'opposizione sterile, inefficace. Molti ritengono addirittura ci sia connivenza con la maggioranza. Io non arrivo a pensare questo ma non posso non vedere un'incapacità di fondo, il lavoro politico ridotto a calcolini matematici per la conquista di spazietti infinitesimali, percentuali pediatriche».
Non sarà che il Pd è un partito contro natura?
«Lo ha detto Massimo D'Alema in un momento di lucidità: la fusione tra Margherita e Pds non è riuscita. Bene, chiarito questo, uno che ha un minimo di coerenza si deve dimettere: che ci sta a fare in un partito non-partito?»
Nichi Vendola.
«Lo vedo con molta simpatia. Non come credibile candidato premier ma in ogni caso capace di coagulare inquietudini e speranze del popolo della sinistra. È soprattutto un'alternativa alle vecchie facce: finché D'Alema, Veltroni e gli altri resteranno al timone non ne usciremo».
Non salva nessuno?
«Ho votato Bersani. E ho sbagliato: s'è messo intorno la parte più stanca e burocratica del partito. Mi piacciono Rosy Bindi e Nicola Zingaretti, non mi va bene Franceschini: doveva fare il traghettatore ma poi s'è affezionato alla poltrona».
Vie d'uscita zero?
«Il problema dei problemi non è solo della sinistra. Credo che l'Italia non sarà laica, moderna, con una buona assistenza sanitaria e una scuola di qualità fino a quando manterrà l'attuale rapporto col Vaticano».
Ossia?
«Sono rispettoso di chi crede ma l'ingerenza della Chiesa nella politica italiana è intollerabile, fuori misura, soffocante. Bisogna trovare la forza per dire basta».