Premessa: il caso Tuvixeddu è talmente incasinato che da qualunque parte lo
osserviamo oltre alle tombe puniche si trovano torti e ragioni storiche,
diritti e interessi attuali. Ad esempio, se il punto di osservazione è quello
di un impresario-editore, suscita fastidio (e conseguente vespaio mediatico)
il fatto che un collega abbia il privilegio di vendere alla Regione come
edificabile un’area che appunto lo è già ma che è meglio per tutti che diventi
un grande parco.
Questo clima, però, non aiuta il bene generale e nemmeno la categoria dei
grandi impresari. E’ evidente che a Cualbu non conviene più costruire la
cubatura che pure gli è stata concessa dieci anni fa a Tuvixeddu: c’è crisi nel
settore delle residenze cagliaritane e l’offerta di case di lusso è notevole
quanto inevasa. E’ evidente anche che il colle è considerato finalmente
pilastro portante della storia sarda: compensiamo la colpevole disattenzione
del passato e lo scempio del ghetto di via Castelli non accettando che la
necropoli sia declassata a giardino archeologico. Se le parti (Comune, Regione
e Cualbu) che firmarono un contratto dieci anni fa oggi intendono rivederlo, in
nome di questi mutati interessi, possono farlo. Soprattutto perché sono
sorretti da una coscienza politica trasversale. Per un parco così, che
valorizza l’intera Sardegna, serve almeno una legge regionale che dia certezze
normative e risorse finanziarie: dov’è lo scandalo? La vergogna vera sarebbe
lasciare Tuvixeddu com’è: un pasticcio incomprensibile e una terra di nessuno.
Claudio Cugusi
giornalista