Incontro un amico che dice: «Non mi piace il giornale su cui scrivi, e mi pare che tu esprima posizioni buoniste». Non è un complimento, ma non replico: è un diritto di chi legge, dire che cosa ne pensa.
La parola e il concetto - buonismo - non mi piacciono; mi sembrano puerili, inadatti a spiegare situazioni composite. Ma il mio amico è intelligente; può avere ragione.
Faccio un esame di coscienza e mi chiedo: se penso che solo la Chiesa ha compreso l'entità del fenomeno rappresentato dalle migrazioni, e lo dico, sono buono (e cattolico)? Se scrivo che non si devono scagliare statue in faccia al Presidente del Consiglio, sono buono (e berlusconiano)? Se, seguendo il dibattito politico italiano, mi pare di comprendere che fra le prese di posizione più significative ci siano quelle del Presidente della Camera, e non nascondo il mio convincimento, sono buono (e di destra)? Se affermo che ognuno deve rispettare le norme, anche i docenti universitari nello svolgimento dell'attività didattica, e che quando questi ultimi sbagliano, come tutti vanno sottoposti alle sanzioni previste; ma ciò non dà diritto a nessuno di imbastire processi sommari e svillaneggiare chi pure ha commesso un errore, se affermo questo, sono buono o cattivo?
Credo, semplicemente, di ragionare in termini razionali, come si faceva quando le parti politiche cercavano di ottenere il consenso ed esercitavano egemonia culturale, costruendo strategie di respiro, condividendo i problemi della gente, sapendoli rappresentare nelle sedi appropriate: che è cosa diversa dal voler comandare, senza tanti preamboli.
Quanto al giornale: della linea è custode il direttore; e un opinionista esprime, appunto, la sua personale opinione. Qui sta il punto: nella mia ormai lunga esperienza, e frequentando ambienti diversi (religiosi, politici, culturali, accademici, sportivi), coltivando, per ragioni professionali, moltissimi contatti, praticando anche gli universi relativamente più semplici legati alle attività materiali e quelli sofisticati del giornalismo (nelle testate di partito come in quelle radical chic e, per così dire, "democratiche"), sempre ho trovato scarsa disponibilità ad ammettere visioni diverse da quella dominante.
Devo dire, in coscienza, di aver avuto da questo giornale, praticamente per la prima volta, la possibilità di dire quello che penso: quasi per intero. Il "quasi" indica un'attenuazione minima, che considero fisiologica in ogni attività svolta insieme ad altri.
Per il momento va bene così. Se le cose dovessero cambiare, sarà mia cura informare l'amico che mi ritiene "buonista" e, naturalmente, i lettori, all'uno e agli altri intanto dicendo che ad essere cattivi si ha successo nei talk show: difficilmente si costruisce qualcosa. Questo è, invece, il mio personale obiettivo.
Giuseppe Marci
Unione Sarda - 3 febbraio 2010
Ho stima, e pure molta, per Giuseppe Marci. Sarò tarato ma non ho capito il senso di questa riflessione. E tantomeno la necessità di pubblicarla in prima pagina. Mah, misteri dell'informazione sarda. (c.c.)