Se anche le associazioni di volontariato si fanno le bucce tra di loro, è chiaro: siamo ben oltre la frutta. La notizia è di questi giorni: un'organizzazione culturale no profit ha radunato migranti di tutte le nazioni e li ha messi in cattedra. A fare che? A insegnare la loro lingua. Rimbalzata su internet l'iniziativa ha riscosso un successo clamoroso: decine di prenotazioni per tutti i corsi, dall'italiano per stranieri al giapponese.
Gli allievi che possono pagano una quota, poco più che simbolica. Gli altri gratis. Apriti cielo: fioccano le accuse, come la neve a Washington, da parte di quelle associazioni che avrebbero voluto fare altrettanto. E non ci sono riuscite.
La più ricorrente, tanto da essere inflazionata, è che non si tratterebbe di vero volontariato: la generosità sarebbe tale solo se esercitata nei confronti dei poveri. Chi sia poi il povero, secondo i parametri dell'invidia, non è dato saperlo. Forse per imparare il russo o lo spagnolo è necessario il 730. Una sorta di razzismo al contrario, che è la negazione in radice del solidarismo e della multiculturalità. Figlio di una visione ormai estinta della società, secondo cui i non poveri sono necessariamente ladri o comunque non meritano nulla.
Forse è una piccola vicenda della nostra piccola città e c'è giusto da liquidarla con un'alzata di spalle. Però c'è un però: che non è la prima volta. Che capita spesso. Che il volontariato sardo, a volte tanto sensibile, non vive con altrettanta solidarietà, le relazioni tra organizzazioni. Una competizione malsana che è lo specchio della competizione malsana che inquina la nostra società.
Claudio Cugusi
giornalista